Il Tirreno

Grosseto

QUEL TELEGRAFO DEI TOSCANACCI CHE DOPO 140 ANNI È ANCORA QUI

di STEFANO ADAMI
QUEL TELEGRAFO DEI TOSCANACCI CHE DOPO 140 ANNI È ANCORA QUI

Quando Il Telegrafo, il babbo del Tirreno, nacque, lo fece perché sembrava che dalla terra stesse per nascere un nuovo giorno. Dalla terra? Dagli uomini, più che altro. I tempi sembravano tutti nuovi....

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Quando Il Telegrafo, il babbo del Tirreno, nacque, lo fece perché sembrava che dalla terra stesse per nascere un nuovo giorno. Dalla terra? Dagli uomini, più che altro. I tempi sembravano tutti nuovi. Era giusto, dunque, che il nuovo giorno trovasse un nuovo foglio odoroso di stampa e pronto per chiunque da leggere prima di por mano alle cure ordinarie del dì. In tutta Europa, fra illuminismo e romantici, pullulavano Mercuri, Gazzette, Fogliettoni, Corrieri a stampa. Da una parte, chi possedeva i fatidici mezzi di produzione, i padroni delle ferriere, aveva paura della rivoluzione permanente. Dall’altra, i giovinastri intellettuali avevano letto i francesi d’un secolo prima, ed erano certi d’avere in mano la ricetta per “fare un ‘48”. E instaurare il mondo migliore.
Non era meglio, ragionarono allora i possessori dei mezzi produttivi, dare due lire a quei giovinastri per fargli fare la rivoluzione sulla carta? Oh, guardiamoci negli occhi, siamo uomini: è sempre meglio la carta della rivoluzione vera. Massì, che si divertissero, quei giovinastri. La gioventù viene una volta sola. Basta poi non venire a sfruculiare.
Le guerre risorgimentali avevano visto molti volontari toscani. Parecchi erano studenti sbarbati dell’ateneo pisano. Studenti poveracci in braghe di tela, figli di artigiani che sapevano l’abaco a malapena. Quindi con la riscossa sociale nelle vene. C’era tra loro anche il Carlo Lorenzini, che si diceva il Collodi, dal nome della madrepatria. Poi veniva il Giuseppe Bandi di Gavorrano, tanto amato dal pòro Bianciardi. Una volta rientrati a casa, quei giovani volontari cominciarono a sentire nella bocca impastata tutta l’amarezza dei reduci. Avevano fatto anche loro la personale Anabasi. Al loro impeto erano succedute le ragioni degli stati. Quel Cavour, quel piemontese gambecorte, li aveva lasciati tutti di princisbecco. Dio bono, come sapeva maneggiare le cose, quel Cavour. E cominciarono a capire che nella vita è così per tutti, si nasce incendiari e si muore pompieri. Se stai camminando all’inferno, l’unica cosa è continuare a camminare. E col sorriso sulle labbra.
Molti di quei volontari, dunque, si buttarono sulla scrittura. Il Bandi, appunto. E il Collodi, che iniziò come favolista, cantastorie, narratore di viaggi. Il Telegrafo – poi Tirreno – era il loro foglio. Il Collodi traduceva favole francesi per un amico che pubblicava riviste per ragazzi a Firenze. E che un giorno gli chiese “una fiaba nova, toscana, per la nuova Italia”. Deh. Collodi sapeva che la scrittura va pagata, e bene. Buttò giù le prime pagine del Pinocchio. E scrisse all’amico: “Ecco l’inizio della bambinata che mi chiedevi. Per andare avanti, ho bisogno di un motivo a parecchi zeri”.
Insomma, questo era lo spirito del Telegrafo livornese e toscanaccio. Bisognava smetterla col paese in cui – come nel Pinocchio – i delinquenti vengono buttati fuori di prigione e chi non ha fatto niente ci rimane, proprio perché nulla ha fatto. Bisognava smetterla anche con quelli che sotterravano le monetone d’oro in attesa dell’albero dei baiocchi. È ora di smetterla di essere pezzi di legno. Vedete tutti com’è cambiata, oggi, da quei tempi lì. Le ragioni degli Stati sono sempre in campo; solo sempre meno ragionevoli e comprensibili. La baruffa umana, tristanzuola è sempre uguale. I giovinastri vogliono ancora cambiare il mondo?
Il Tirreno ha la sua età, e non la dimostra. Come ragazzino è cresciuto, e ancora occhieggia ai lettori dalle edicole. Crede ancora che la cosa che ci salverà è la lettura, la cultura. Non l’affare. La cultura.

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