Gioco
Sopralluogo alla Marsiliana il giorno prima del dramma
di Francesca Gori
Madre e figlio si sono trovati faccia a faccia in tribunale: la donna cambia versione «Invitava mia nonna a bere birra e fumare, stavamo facendo la festa del condannato»
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MASSA MARITTIMA. Non ha battuto ciglio quando si è trovato di fronte sua madre. Accanto a lui c’era l’avvocato Sandro Nunzi, accanto alla donna il suo difensore. Gino Laurini, 23 anni, ieri mattina era seduto nell’aula della corte d’Assise del tribunale di Piacenza a pochi passi da Maria Grazia Guidoni, 46 anni. Da sua madre, la donna che il ragazzo ha accusato dell’omicidio della nonna Giuseppina Pierini, per il quale è sotto processo anche lui. Madre e figlio, uno contro l’altro.
Ha sostenuto il confronto voluto dalla corte, Gino, e la sorpresa è arrivata proprio alla prima domanda del presidente del Tribunale Italo Ghitti: «Conferma che il 2 luglio del 2012 (il giorno prima dell’omicidio di Giuseppina Pierini, madre dell’imputata) è andata a Follonica ad accompagnare i suoi figli dall’ex marito per le vacanze?». «Non lo confermo, - ha risposto la donna - quel viaggio l’ho fatto da sola, i bambini erano già al mare da giugno».
La cosa non è di poco conto. Il pubblico ministero Roberto Fontana ha infatti ipotizzato che quel viaggio fosse stato fatto dalla donna per verificare se il vecchio podere a Marsiliana, di proprietà della sua famiglia, fosse ancora abbandonato. È lì infatti che tre anni dopo Gino ha fatto ritrovare ai carabinieri di Follonica i resti di sua nonna. La donna - aveva spiegato Gino al giudice per le indagini preliminari - il 2 luglio lo aveva invitato ad andare a verificare le condizioni del podere ma lui aveva rifiutato e Maria Grazia era partita da sola. Una volta tornata a Pontenure, aveva detto a suo figlio che il podere era ancora abbandonato.
Madre e figlio sono accusati dell’omicidio di Giuseppina Pierini, avvenuto il 3 luglio 2012 nell’abitazione dove viveva la famiglia nel piacentino. Lei ha scelto di essere giudicata dalla Corte d’Assise: nega il delitto e lo attribuisce al figlio. Lui, dopo avere fatto ritrovare il cadavere della nonna accusa la madre.
«Le ho solo suggerito di utilizzare il nastro adesivo per chiudere il sacchetto che aveva messo in testa alla nonna», ha confessato Gino. Ma il resto - a sentire il ragazzo - lo avrebbe fatto sua madre che di fronte ai carabinieri prima e in tribunale dopo, ha sempre accusato il figlio. Per questo il presidente del tribunale ha deciso che le due versioni venissero messe a confronto. «Gino non ha cambiato nemmeno una virgola del suo racconto - dice l’avvocato Nunzi - Dal quando si è rivolto ai carabinieri, ha sempre raccontato la stessa versione».
Gino e Annamaria sono entrati in aula a distanza di qualche minuto l’uno dall’altra e non si sono mai guardati in faccia. Erano vicini, eppure così lontani. Sono stati il presidente Ghitti e il giudice Luca Milani a leggere le differenti versioni della vicenda chiedendo all’uno e all’altra se confermavano i fatti. Il ragazzo non ha fatto cambiare una virgola al suo racconto.
«Andammo con mia madre in un centro commerciale e comprammo pala, zappa e acido muriatico, poi una volta tornati a casa lei forzò la nonna a bere un liquido da un bicchiere. Sul lavandino vidi diverse medicine tra cui riconobbi il Valium: poi ci mettemmo a tavola», ha detto in aula. Nella cucina dell’appartamento di Pontenure c’erano bottiglie di birre, carte da gioco, la nonna di Gino, Giuseppina, e la bisnonna. «Mia madre disse che avremmo festeggiato, la chiamò “la festa del condannato” - ricorda ancora - Giocammo a briscola, mia mamma invitava la nonna a bere birra e fumare (cose che le erano assolutamente proibite dai medici). Poi la nonna tentò di alzarsi ma barcollava e cadde sul pavimento. Aiutai mia madre a portarla nella stanza da letto dei miei fratelli dove era stata stesa a terra una coperta. Tornai nella sala, capivo che stava accadendo qualcosa di brutto ma ero come in catalessi, tornai nella stanza e vidi che dalla bocca di mia nonna usciva una schiuma bianca. Mia mamma mi disse “Perché non muore?”. Poi capii che le aveva messo un sacchetto di plastica in testa per farla morire soffocata e le dissi: “L’hai sigillato?”. Lei tornò in camera con un nastro adesivo nero e lo fissò alla base del sacchetto. Vidi un braccio di mia nonna muoversi come nel tentativo di liberarsi dal sacchetto, ma tornai in salotto. Poi arrivò mia madre e mi disse che la nonna era morta. Dovevamo sbarazzarci del cadavere e lo portammo a Massa Marittima. Solo allora capii il perché del viaggio in Toscana del giorno prima».
Secondo Gino, quel viaggio sarebbe stato troppo pericoloso, tanto che il ragazzo suggerì alla madre di disfarsi del cadavere gettandolo nel Po.
«Una volta al podere lei le getto l’acido sul volto per renderla irriconoscibile, ma non funzionò, allora la colpì con il badile e tentò anche di seppellirla ma non ci riuscì - ha detto - Allora fui io a proporre di gettare il cadavere in un roveto che si trovava sotto al terrazzo del primo piano: portammo di sopra il cadavere e lo gettammo in quel luogo dove è stato ritrovato dai carabinieri. Durante il viaggio di ritorno pensammo di denunciare la scomparsa della nonna».
Una versione, quella del ragazzo, diversa da quella sostenuta da Maria Grazia Guidoni. Gino ha precisato che in quei giorni la madre non aveva mai incontrato il fidanzato perché avevano litigato. La donna invece ha raccontato di essere stata a casa sua la sera del 3 luglio fino all’1 di notte: «Mio figlio era nella sua camera e mia madre a letto - ha detto - quando sono tornata mi ha detto di aver fatto una cavolata, era pallidissimo e vidi mia madre a terra nella camera. Era morta. Lui mi disse che aveva perso la testa, aveva 18 anni. Vederlo in carcere? No, mi dissi. Quindi pensammo di far sparire il cadavere nel vecchio podere a Massa Marittima ma non ho versato acido sul volto di mia madre e nemmeno l’ho colpita. Non voglio sapere come l’ha uccisa, mi fa troppo male».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ha sostenuto il confronto voluto dalla corte, Gino, e la sorpresa è arrivata proprio alla prima domanda del presidente del Tribunale Italo Ghitti: «Conferma che il 2 luglio del 2012 (il giorno prima dell’omicidio di Giuseppina Pierini, madre dell’imputata) è andata a Follonica ad accompagnare i suoi figli dall’ex marito per le vacanze?». «Non lo confermo, - ha risposto la donna - quel viaggio l’ho fatto da sola, i bambini erano già al mare da giugno».
La cosa non è di poco conto. Il pubblico ministero Roberto Fontana ha infatti ipotizzato che quel viaggio fosse stato fatto dalla donna per verificare se il vecchio podere a Marsiliana, di proprietà della sua famiglia, fosse ancora abbandonato. È lì infatti che tre anni dopo Gino ha fatto ritrovare ai carabinieri di Follonica i resti di sua nonna. La donna - aveva spiegato Gino al giudice per le indagini preliminari - il 2 luglio lo aveva invitato ad andare a verificare le condizioni del podere ma lui aveva rifiutato e Maria Grazia era partita da sola. Una volta tornata a Pontenure, aveva detto a suo figlio che il podere era ancora abbandonato.
Madre e figlio sono accusati dell’omicidio di Giuseppina Pierini, avvenuto il 3 luglio 2012 nell’abitazione dove viveva la famiglia nel piacentino. Lei ha scelto di essere giudicata dalla Corte d’Assise: nega il delitto e lo attribuisce al figlio. Lui, dopo avere fatto ritrovare il cadavere della nonna accusa la madre.
«Le ho solo suggerito di utilizzare il nastro adesivo per chiudere il sacchetto che aveva messo in testa alla nonna», ha confessato Gino. Ma il resto - a sentire il ragazzo - lo avrebbe fatto sua madre che di fronte ai carabinieri prima e in tribunale dopo, ha sempre accusato il figlio. Per questo il presidente del tribunale ha deciso che le due versioni venissero messe a confronto. «Gino non ha cambiato nemmeno una virgola del suo racconto - dice l’avvocato Nunzi - Dal quando si è rivolto ai carabinieri, ha sempre raccontato la stessa versione».
Gino e Annamaria sono entrati in aula a distanza di qualche minuto l’uno dall’altra e non si sono mai guardati in faccia. Erano vicini, eppure così lontani. Sono stati il presidente Ghitti e il giudice Luca Milani a leggere le differenti versioni della vicenda chiedendo all’uno e all’altra se confermavano i fatti. Il ragazzo non ha fatto cambiare una virgola al suo racconto.
«Andammo con mia madre in un centro commerciale e comprammo pala, zappa e acido muriatico, poi una volta tornati a casa lei forzò la nonna a bere un liquido da un bicchiere. Sul lavandino vidi diverse medicine tra cui riconobbi il Valium: poi ci mettemmo a tavola», ha detto in aula. Nella cucina dell’appartamento di Pontenure c’erano bottiglie di birre, carte da gioco, la nonna di Gino, Giuseppina, e la bisnonna. «Mia madre disse che avremmo festeggiato, la chiamò “la festa del condannato” - ricorda ancora - Giocammo a briscola, mia mamma invitava la nonna a bere birra e fumare (cose che le erano assolutamente proibite dai medici). Poi la nonna tentò di alzarsi ma barcollava e cadde sul pavimento. Aiutai mia madre a portarla nella stanza da letto dei miei fratelli dove era stata stesa a terra una coperta. Tornai nella sala, capivo che stava accadendo qualcosa di brutto ma ero come in catalessi, tornai nella stanza e vidi che dalla bocca di mia nonna usciva una schiuma bianca. Mia mamma mi disse “Perché non muore?”. Poi capii che le aveva messo un sacchetto di plastica in testa per farla morire soffocata e le dissi: “L’hai sigillato?”. Lei tornò in camera con un nastro adesivo nero e lo fissò alla base del sacchetto. Vidi un braccio di mia nonna muoversi come nel tentativo di liberarsi dal sacchetto, ma tornai in salotto. Poi arrivò mia madre e mi disse che la nonna era morta. Dovevamo sbarazzarci del cadavere e lo portammo a Massa Marittima. Solo allora capii il perché del viaggio in Toscana del giorno prima».
Secondo Gino, quel viaggio sarebbe stato troppo pericoloso, tanto che il ragazzo suggerì alla madre di disfarsi del cadavere gettandolo nel Po.
«Una volta al podere lei le getto l’acido sul volto per renderla irriconoscibile, ma non funzionò, allora la colpì con il badile e tentò anche di seppellirla ma non ci riuscì - ha detto - Allora fui io a proporre di gettare il cadavere in un roveto che si trovava sotto al terrazzo del primo piano: portammo di sopra il cadavere e lo gettammo in quel luogo dove è stato ritrovato dai carabinieri. Durante il viaggio di ritorno pensammo di denunciare la scomparsa della nonna».
Una versione, quella del ragazzo, diversa da quella sostenuta da Maria Grazia Guidoni. Gino ha precisato che in quei giorni la madre non aveva mai incontrato il fidanzato perché avevano litigato. La donna invece ha raccontato di essere stata a casa sua la sera del 3 luglio fino all’1 di notte: «Mio figlio era nella sua camera e mia madre a letto - ha detto - quando sono tornata mi ha detto di aver fatto una cavolata, era pallidissimo e vidi mia madre a terra nella camera. Era morta. Lui mi disse che aveva perso la testa, aveva 18 anni. Vederlo in carcere? No, mi dissi. Quindi pensammo di far sparire il cadavere nel vecchio podere a Massa Marittima ma non ho versato acido sul volto di mia madre e nemmeno l’ho colpita. Non voglio sapere come l’ha uccisa, mi fa troppo male».
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