Il dolore
Lì sprofondò Fracchia (e la rivoluzione)
La poltrona "Sacco" disegnata da Piero Gatti, diventò un'icona grazie al personaggio creato e interpretato da Paolo Villaggio
È morto a Grosseto l’architetto Piero Gatti, classe 1940. Con Cesare Paolini e Franco Teodoro, Gatti nel 1968 ideò la poltrona Sacco: una pietra miliare del design italiano, esposta in decine di musei del mondo. Per gli italiani però la poltrona Sacco è la poltrona di Fracchia. Sì, Fracchia, l’impiegato succube e impacciato che si avvia verso l’ufficio del capo giurando rivoluzione e che ogni volta torna indietro con la coda tra le gambe. Fracchia, lanciato dalla Rai in bianconero a fine anni 60, era Paolo Villaggio; e fu "padre putativo" del mitico Fantozzi.
All’uscio del megadirettore Orimbelli, Fracchia ha gli ormoni della lotta di classe in fermento, pronto a far sfracelli. Poi però il direttore gli impone di sedersi sulla poltrona Sacco, stravagante pouf simbolo del potere e dei suoi tentacolari orpelli. E in quella scomoda comodità Fracchia crolla. Il suo corpo ingaggia battaglie di odio e amore, col tentacolo. Cade, rotola, ci si aggrappa. Ma l’Orimbelli lo deve sempre guardare dal basso. Con "i diti intrecciati" e gli ormoni a pecorella, il sacco è lui e su di lui il direttore passeggia facendosi coprire di complimenti: «Come è umano lei», è l’ultimo rantolo di Fracchia. Annichilito da un potere al quale - allora come oggi - basta sventolare i propri simboli per farsi amico l’antagonista. Così, da sempre, accolte nella comoda scomodità del potere, naufragano le rivoluzioni.
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