Il Tirreno

Grosseto

Straordinario David santo e impostore 

Straordinario David santo e impostore 

Su Tv9 “Né arte né parte” propone la storia del barrocciaio la cui fama arrivò ben oltre i confini del Monte Amiata

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È David Lazzaretti, il Cristo dell’Amiata, il protagonista della puntata di questa sera di Palco 9, la trasmissione che Tv9 dedica al teatro amatoriale. Lospettacolo, prodotto dalla compagnia “Né arte né parte” vede, sul palcoscenico, Roberto Magnani, che è, allo stesso tempo, autore e interprete di questo monologo che racconta, in modo coinvolgente, la vicenda di questo “barrocciaio” vissuto ad Arcidosso dal 1834 e il 1878, la storia di un uomo la cui fama, all’epoca, arrivò ben oltre i confini dei paesi del Monte Amiata.
L’idea di uno spettacolo su Davide Lazzaretti «nasce — spiega Magnani — leggendo la tesi di laurea in legge di Claudia Bargagli, una carissima amica, scomparsa troppo presto, ma che ha fatto in tempo a consegnarci un bellissimo lavoro sul processo a carico dei cosiddetti “lazzarettisti” in Corte d’Assise di Siena, a seguito di quelli che furono definiti: “I fatti di Arcidosso”. Sono venuto così a conoscenza di questa storia straordinaria, piena di risvolti sociali e politici di sconcertante attualità, ma assolutamente sconosciuta alla maggior parte della popolazione locale. Anche io — dice ancora Magnani — di questo pezzo di storia conoscevo solo gli aneddoti, spesso fantasiosi, che venivano narrati attorno alla figura del Lazzaretti, descrivendolo a volte come un santo e altre come un impostore. Quindi ho pensato che valesse la pena di cimentarmi a raccontare queste vicende così come una volta si narravano le novelle attorno al focolare».
Non è stato un lavoro semplice, come poteva apparire in un primo momento. «Per raccontare un personaggio bisogna conoscerlo molto bene — dice Magnani — e questo lavoro di ricerca, per una prima stesura del copione, ha richiesto circa due anni dei miei ritagli di tempo dal lavoro e dalla vita familiare. E debbo ringraziare anche tutti coloro che mi hanno aiutato, studiosi come Fiora Bonelli, Marco Pastorelli, Nello Nanni, Francesco Bardelli, Mauro Chiappini e molti altri ancora che mi hanno dedicato il loro tempo e il loro entusiasmo nel raccontarmi ciò che sapevano attorno alla figura carismatica del Profeta dell’Amiata».
Una volta pronto il copione, si è trattato di portare il tutto sulla scena e qui entra in gioco il lavoro svolto dalla compagnia teatrale di Arcidosso “Né arte né parte”. «L’idea — spiega Magnani — era quella di costruire un impianto narrativo che seguisse i dettami della tradizione orale, in cui le storie non si “recitano” ma si raccontano con quella verità e quella partecipazione che coinvolge sia chi le narra che chi le ascolta. Dunque, non restava che provare, provare e provare, fino a che il testo non risultava coerente con il contesto immaginativo, e dove non si arrivava a questo, ecco che bisognava modificare il testo per poi tornare a provare, provare provare... Un grazie particolare va a Ilaria Bravi, Anna Magnani, Cristina Raffi e Maurizio Malinverno che hanno avuto la santa pazienza di ascoltarmi e riascoltarmi per mesi, a Mario e Irene Malinverno che hanno lavorato con me alla regia, a Lorella Minelli che ci ha prestato la sua splendida voce per la sigla, a Marco Franceschelli e all’insostituibile Alessandro Morganti che hanno composto le musiche originali di questo spettacolo e a tutti gli altri ragazzi e ragazze della compagnia teatrale che hanno sempre e vivamente sostenuto questo progetto. Infine a mia moglie Cristiana e alle mie figlie Veronica e Alice».
Lo spettacolo non si è fermato ad Arcidosso. «È già stato rappresentato dieci volte - dice Magnani - di cui sette in Amiata e tre nella capitale. A parte l’emozione fortissima del debutto (fino a pochi minuti prima ero in camerino con la febbre e senza voce e con il dottor Del Conte che mi piantava aghi da agopuntura dappertutto per cercare di mandarmi in scena) mi hanno dato particolarmente soddisfazione il successo e le splendide recensioni avute a Roma, dove non conoscevano né me né il personaggio e la sua storia, e nemmeno erano avvezzi a questo genere di recitazione storico-antropologico».

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