Attenzione
«Il Comune non ci chiami “sfruttatori”»
di Francesca Ferri
Nuove proteste contro la chiusura dei pozzi. Un abitante del Glicine: «Il nostro impianto pagato da noi e ceduto all’ente»
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GROSSETO. Non ci sta a passare per uno che campa alle spalle della collettività. Quando la sua casa è stata costruita, lui e gli altri residenti hanno versato al Comune oltre mezzo milione di euro, tra opere materiali e denaro sonante, per le opere di urbanizzazione e gli spazi verdi. E in quei soldi era compreso anche il pozzo per irrigare giardini e verde pubblico. Per questo oggi l’annuncio del Comune di Grosseto di chiudere i pozzi non gli va giù. «Questi amministratori ci danno dei “mangiapane a ufo”, degli sfruttatori e a me non sta bene».
A parlare così è Ugo Labate, che abita al Glicine. Non è la prima volta che protesta contro la decisione presa in questi giorni dall’amministrazione Vivarelli Colonna di chiudere i 90 pozzi comunali per irrigare i giardini privati. Come Labate si trovano tutti coloro che hanno un giardino. I pozzi sono stati infatti realizzati dai privati che li hanno poi ceduti al Comune a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Il Comune per anni ha lasciato attingere l’acqua senza chiedere soldi né per l’acqua stessa, né per la corrente o per la manutenzione.
Quattro anni fa, però, la passata amministrazione, per ripristinare equità in questa materia – perché chi non ha un giardino deve pagare, con le tasse, l’irrigazione di aree private? – avviò un censimento e promosse le autodenunce per far pagare i proprietari di giardini. Anche perché solo per sistemare ventotto dei novanta pozzi la società partecipata del Comune, Sistema, ha sborsato 400.000 euro. L’attuale amministrazione, però, ha fatto una scelta diversa: non occuparsi affatto dei pozzi e farli gestire ai privati, attraverso consorzi.
«Io capisco che bisogna contribuire e voglio contribuire al pagamento tant’è che mi sono messo in regola appena il Comune ha reso possibile farlo – dice Labate – ma non mi si può chiudere il pozzo ad aprile, dirmi che devo consorziarmi e poi affidarmi iL pozzo. Da qui che siamo pronti è settembre ed è tutto bruciato. Perché il Comune non c’ha pensato quest’inverno, dandoci il tempo per organizzarci?».
Ma c’è di più. «Noi del Glicine – dice – all’epoca cedemmo un’area di 12.000 metri quadrati di verde al Comune ad uso di tutta la comunità e il nostro pozzo serve anche quella. Come la mettiamo?».
Anche i modi non sono piaciuti a questo cittadino. «Lo abbiamo appreso dalla stampa – dice – non ci hanno fatto una comunicazione, non c’è stato un confronto. Ho provato a parlare con sindaco e assessore: niente». La speranza di Labate è che ci sia ancora margine per una soluzione condivisa. «Se così non sarà vedremo come tutelarci», conclude.
A parlare così è Ugo Labate, che abita al Glicine. Non è la prima volta che protesta contro la decisione presa in questi giorni dall’amministrazione Vivarelli Colonna di chiudere i 90 pozzi comunali per irrigare i giardini privati. Come Labate si trovano tutti coloro che hanno un giardino. I pozzi sono stati infatti realizzati dai privati che li hanno poi ceduti al Comune a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Il Comune per anni ha lasciato attingere l’acqua senza chiedere soldi né per l’acqua stessa, né per la corrente o per la manutenzione.
Quattro anni fa, però, la passata amministrazione, per ripristinare equità in questa materia – perché chi non ha un giardino deve pagare, con le tasse, l’irrigazione di aree private? – avviò un censimento e promosse le autodenunce per far pagare i proprietari di giardini. Anche perché solo per sistemare ventotto dei novanta pozzi la società partecipata del Comune, Sistema, ha sborsato 400.000 euro. L’attuale amministrazione, però, ha fatto una scelta diversa: non occuparsi affatto dei pozzi e farli gestire ai privati, attraverso consorzi.
«Io capisco che bisogna contribuire e voglio contribuire al pagamento tant’è che mi sono messo in regola appena il Comune ha reso possibile farlo – dice Labate – ma non mi si può chiudere il pozzo ad aprile, dirmi che devo consorziarmi e poi affidarmi iL pozzo. Da qui che siamo pronti è settembre ed è tutto bruciato. Perché il Comune non c’ha pensato quest’inverno, dandoci il tempo per organizzarci?».
Ma c’è di più. «Noi del Glicine – dice – all’epoca cedemmo un’area di 12.000 metri quadrati di verde al Comune ad uso di tutta la comunità e il nostro pozzo serve anche quella. Come la mettiamo?».
Anche i modi non sono piaciuti a questo cittadino. «Lo abbiamo appreso dalla stampa – dice – non ci hanno fatto una comunicazione, non c’è stato un confronto. Ho provato a parlare con sindaco e assessore: niente». La speranza di Labate è che ci sia ancora margine per una soluzione condivisa. «Se così non sarà vedremo come tutelarci», conclude.
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