Sicurezza
«Compenso 100 euro per chi “portava” un colpo di frusta»
Pandora: la truffa alle assicurazioni per i falsi incidenti Palumbo parla della gestione delle pratiche allo Studio Verde
GROSSETO. «Per chi passava la pratica il compenso era di 100 euro, intendo per un infortunio base, cioè il colpo di frusta. Compensi più alti a seconda dei casi». Non c’era un tariffario preciso allo Studio Verde, secondo quanto raccontato in aula da Paolo Palumbo, imputato nel filone Pandora 1 per la truffa alle assicurazioni. Annotavate? chiede il sostituto procuratore Marco Nassi: «Non ci facevo caso, mi sembrava che Stefano Rossi tenesse un’agenda», risponde riferendosi al titolare. Allora la moglie Simona Bonsanti? «I primi tempi nemmeno sapevo che collaborasse».
Fine dell’esame, iniziato l’altra udienza (e del controesame), per uno dei principali imputati del procedimento che fra un mese, al prossimo appuntamento, vivrà la fase dei consulenti tecnici. Un testimone dalla memoria potente (ma sulla quale è stato punzecchiato dal difensore di Aristodemo Cavero, l’avvocato Cristiano Conte che gli ha chiesto se fosse mercoledì o giovedì quel giorno dell’ottobre 2008 in cui aveva incontrato a pranzo il medico), capace di mettere in fila elementi, incontri, azioni risalenti a quasi dieci anni fa. Ieri momenti che hanno strappato anche qualche sorriso quando il pm ha esibito una cartellina dello Studio Verde con la dicitura “Praticuccia mh mh mh”, dove queste ultime parole avrebbero rappresentato la trascrizione fonetica di un modo facile di gestire i sinistri individuato dagli stessi ideatori.
Non su tutto, comunque, Palumbo ha avuto una risposta. Talvolta si è rifugiato in un «deve essere stato così», perché corrispondente al suo modo di pensare e agire. Quello stesso modo che, verosimilmente, aveva portato all’estromissione Studio Verde, il 2 aprile 2009: «Dallo studio non ho avuto alcuna percentuale perché tutte le pratiche vennero chiuse dopo il mio allontanamento». Palumbo non ha avuto alcuna difficoltà ad ammettere di aver falsificato (e fatto falsificare ad altri dotati di un programma per pc più affidabile) i certificati, quelli per un incidente che riguardava lui, moglie e figlia. Dichiarazioni che scagionano il dottor Giuseppe Retali, apparente firmatario. Ma, dopo la pausa, il pm insiste, perché vede che i certificati manoscritti hanno la stessa calligrafia del medico. Palumbo allora fa marcia indietro, ipotizza che altri abbiano falsificato su propria indicazione, dice che moglie («che non sapeva niente») e figlia («lei sapeva ma tanto non era imputabile») poi finisce per ammettere che forse da Retali c’era andato davvero tramite Studio Verde. Ma poi si ferma.
In ospedale, a cercare “clienti”, Palumbo c’era andato sicuramente una volta (si ricava da un’intercettazione): «Mi sembra fosse uno straniero, un romeno, si era rivolto lui allo Studio Verde. Uno dei pochi frutti della nostra campagna pubblicitaria vera». In ospedale ci andava Bonsanti? chiede il pm: «Sì, l’ho saputo». Come un avvoltoio? incalza il pm: «Preciso», risponde, aggungendo che a Gabriele Valassina coimputato la condotta di Bonsanti sembrava troppo spregiudicata.
Ma è vero che lei nel febbraio 2009 ebbe «un sinistro presentimento», che temeva controlli? «Sì, fu quando si presentarono per protestare una donna, sui cui conti avevo giocato, e un uomo che io ritenni potesse essere delle forze dell’ordine. Allora portai via alcune pratiche. Ma io mi preoccupai solo dell’aspetto fiscale. Quella volta l’incidente c’era stato davvero».
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