Il Tirreno

Grosseto

«Gino Laurini era capace di intendere»

di Pierluigi Sposato

Omicidio Pierini: gli esperti psichiatri sottolineano però che il giovane era soggiogato dalla personalità della madre

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PIACENZA. Gino Laurini era capace di intendere e di volere quando la nonna Giuseppina Pierini fu uccisa, secondo l’accusa per mano sua e della madre Maria Grazia Guidoni. Ma l’assenza di patologie riscontrata - sia all’epoca sia oggi - dai periti incaricati dal giudice, gli psichiatri crimonologi Mario Mantero di Milano e Giacomo Filippini di Brescia, va rapportata con l’atteggiamento dominante di Maria Grazia su Gino: un elemento, sottolinea il difensore del giovane, l’avvocato Sandro Nunzi, che incide sulla volontà di Gino.

Si è chiusa così la perizia psichiatrica disposta dal giudice dell’udienza preliminare di Piacenza, Adele Savastano, nell’ambito del rito abbreviato condizionato (appunto dalla perizia) chiesto da Gino Laurini, 24 anni, imputato di omicidio volontario premeditato per quanto avvenuto a Pontenure (una frazione di Piacenza) il 3 luglio 2012. Lui e la madre avrebbero prima somministrato una dose non mortale di medicinali a Giuseppina, all’epoca 63 anni, affetta da morbo di Alzheimer, avvolgendole un sacchetto in testa e chiudendolo con del nastro adesivo. Madre e figlio avrebbero agiro per motivi abietti, per poter entrare in possesso del denaro della madre. Maria Grazia avrebbe agito perché i servizi sociali le avrebbero tolto la delega per la riscossione della pensione di Giuseppina.

L’accusa ha subito differenziato le posizioni dei due imputati: Guidoni, 47 anni, avrebbe agito materialmente, Laurini avrebbe suggerito di chiudere il sacchetto alla base. Il corpo della donna era stato poi trasportato fino al podere Sdriscione di Massa Marittima: i due avrebbero cercato di seppellirlo, poi avrebbero gettato dell’acido muriatico sul volto di Giuseppina per renderlo irriconoscibile, lo avrebbero colpito più volte con una pala e una zappa, lo avrebbero gettato nella macchia. Era stato Gino, il 12 novembre 2015, a farlo ritrovare: il giovane si era presentato ai carabinieri e aveva raccontato tutta la storia. I militari avevano raccolto il verbale e si erano poi precipitati al podere, abbandonato da tempo, riscontrando la presenza dei resti. Il procedimento si era poi incardinato su Piacenza perché è in quel territorio che il delitto sarebbe avvenuto. Maria Grazia Guidoni era stata arrestata poco dopo; mai nessuna misura invece per Gino Laurini.

Ieri i due esperti nominati dal giudice si sono confrontati con quello scelto dalla difesa di Gino, il dottor Filippo Lombardi. Se quest’ultimo ha dato indicazioni marcate per la incapacità di intendere e di volere, in contrasto quindi con le conclusioni di Mantero e Filippini, tutti e tre gli specialisti si sono dichiarati d’accordo nel ritenere determinante la valutazione della personalità di Maria Grazia su Gino. Una valutazione che incide sull’aspetto caratteriale e sulla volontà. Gino sarebbe stato in grado perfettamente di capire ma non avrebbe avuto il modo di opporsi, soggiogato com’era dalla mamma. Del resto, il suo difensore lo aveva detto, già dall’inizio, che il ruolo di Gino doveva essere considerato necessariamente in rapporto alla personalità della madre.

Gino Laurini, che era stato visto due volte da Mantero e Filippini per la redazione della perizia, ieri non era presente al palazzo di giustizia di Piacenza in quanto malato.

Ci sarà sicuramente per il giorno dell’udienza finale, quello della discussione tra accusa e difesa: il 14 aprile. Ci sarà anche perché si potrebbe far interrogare o comunque potrebbe rendere delle dichiarazioni spontanee al giudice. Poi sarà la volta delle conclusioni del sostituto procuratore Roberto Fontana e dell’arringa del difensore Nunzi. Se la discussione dovesse prolungarsi, la sentenza potrebbe slittare per le eventuali repliche.

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