Finanza
Una condanna per bancarotta
Imprenditore del settore arredamenti ha avuto 2 anni e mezzo e le interdizioni
GROSSETO. Condannato per bancarotta fraudolenta un imprenditore del settore arredamenti molto conosciuto in Maremma, Domenico Mottola, 55 anni, finito sotto processo per i fatti relativi alla Gangsta srl di cui era amministratore unico e legale rappresentante.
Il collegio del Tribunale (Gian Marco De Vincenzi presidente, Giovanni Muscogiuri e Andrea Stramenga) lo ha riconosciuto colpevole di due dei tre reati contestati dalla Procura (nel corso del processo l’imputazione è stata anche integrata) e gli ha inflitto 2 anni e mezzo, riconoscendo le circostanze attenuanti generiche come prevalenti sull’aggravante.
Distrazione di beni per oltre 44.000 euro non trovati dal curatore fallimentare nonché di libri e scritture contabili, tenuta della documentazione in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, condotta tale da causare o comunque concorrere a causare il dissesto della società erano le accuse per le quali il sostituto procuratore Marco Nassi aveva chiesto 4 anni. Non doversi procedere invece era stata la richiesta per il reato societario, relativo a una falsa attestazione nel bilancio al dicembre 2008 (la società era stata dichiarata fallita nell’aprile 2011): in questo caso il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere per estinzione per prescrizione.
A Mottola sono state inflitte anche le disposizioni accessorie previste dalla legge: è stato dichiarato inabile all’esercizio di impresa commerciale e incapace di esercitare uffici direttivi in impresa per un periodo di dieci anni. L’imputato ha reso delle dichiarazioni spontanee nel corso dell’ultima udienza. In precedenza erano stati sentiti vari testimoni, anche della difesa, tra cui il curatore del fallimenti delle società che fanno capo a Mottola.
Le motivazioni saranno depositate entro sessanta giorni. Poi il suo difensore, l’avvocato Marco Di Paolo di Chieti (in precedenza il mandato era dell’avvocato Nicola Scialla), potrà proporre appello. In sede di arringa, il legale - che già aveva contestato l’integrazione dell’accusa - aveva sollecitato l’assoluzione del proprio assistito, anche in termini dubitativi. (p.s.)
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