Finanza
Schettino, l’ultima difesa è su Youtube
L’ex comandante affida al social un video con la ricostruzione del naufragio e ribadisce di non aver abbandonato la nave
GROSSETO. Anche il comandante usa le piattaforme social. Dopo interviste e libri, ecco anche il video su Youtube.
Francesco Schettino, in attesa del verdetto della Cassazione (udienza il 20 aprile), ha affidato la propria verità sul naufragio di Costa Concordia a Isola del Giglio a un filmato di poco più di 17 minuti in cui ripercorre i capisaldi della sua difesa. Che si possono riassumere in una sola affermazione, quella che contrasta l’accusa più infamante che ci possa essere per un uomo di mare e per la quale è stato invece condannato: «Io non ho abbandonato la nave e se ne sono sceso è stato solo perché stavo salvando vite umane».
Ci sono spezzoni di tg, alcune interviste, foto con didascalie, audio, citazione di orari. E c’è anche lui: Schettino a mezzobusto in giacca a cravatta che risponde a una voce fuori campo, Schettino con la barba lunga davanti a un grande schermo mentre contesta la celebre telefonata di Gregorio De Falco.
Sono passati poco più di 5 anni da quel 13 gennaio 2012 ma l’allora comandante crede che non sia ancora troppo tardi per far conoscere la verità. La sua verità. In primo e in secondo grado è stato condannato a 16 anni per quei 32 morti. Ma in entrambi i processi, secondo quanto riferito da uno dei suoi avvocati, Saverio Sanese, citato a conclusione del video con un brano della sua arringa, «le conclusioni poste a base della condanne sono insicure e inquietanti»; e c’è stato un «accanimento accusatorio» nel pretendere condanne alte per eventi colposi.
«Non sono fuggito». Oltre a spiegare che era saltato sul tetto della scialuppa perché questa si era incagliata con i bracci dei paranchi delle gru mentre la nave che si stava inclinando, Schettino inserisce brani audio delle testimonianze rese nell’aula del teatro Moderno da due componenti dell’equipaggio, Katia Kevanian e Raluca Soare, che confermano questa dinamica. Vi si vedono anche i fotogrammi delle foto che ritraggono Schettino sul ponte, mentre sono in corso le operazioni di carico delle scialuppe.
«Dovevo stare sulla scogliera». Schettino spiega nuovamente di essere sceso sulla scogliera davanti alla nave e di essere rimasto lì a coordinare i soccorsi perché glielo aveva imposto il capitano di vascello Vincenzo Manna, dal comando delle capitanerie di Roma: «Un superiore di De Falco», fa notare il comandante. «Manna mi disse di restare sulla scogliera perché ero il loro punto di riferimento visivo e mi disse di conservare la batteria del cellulare. De Falco doveva sapere che la nave era ribaltata e che la biscaggina era sott’acqua e quando mi ordina di risalire a bordo, all’1.46, ignora le informazioni che gli avevo dato, quelle del comando generale e pure della motovedetta sul posto che lui stesso aveva nominato coordinatrice dei soccorsi», la G 104 della guardia di finanza. Anzi, proprio da lì, proprio dallo scoglio della Gabbianara aveva dato indicazioni alle vedette perché queste si portassero sul lato destro per salvare le persone eventualmente cadute in acqua. «Sono rimasto fermo sulla scogliera e ho contattato l’unità di crisi». E inserisce a questo proposito la conversazione che il capo dell’unità di crisi di Costa Crociere Roberto Ferrarini aveva avuto con lo stesso Manna. E per risalire, aggiunge Schettino, avrebbe dovuto avere attrezzature idonee, dalle calzature alle torce.
Persone da salvare. «Io non potevo vedere se c’erano persone sul lato sinistro: per questo motivo dissi che credevo che l’evacuazione fosse stata completata. Ma i mezzi di soccorso sapevano benissimo cosa stava avvenendo su quel lato: perché chiederlo a me da Livorno? De Falco già lo sapeva a mezzanotte e 28». Nel video viene ricordato che 4.200 su 4.232 passeggeri furono salvati. Schettino chiarisce anche perché non aveva fatto l’appello («sarebbe servito troppo tempo e noi non ne avevamo») e inserisce l’intervista a quell’ufficiale delle capitanerie che aveva dichiarato che se la nave non fosse stata portata vicina alla costa, le conseguenze sarebbero potute essere ben diverse. «Si evince la mia decisione netta di far incagliare la nave sul basso fondale». Come a dire, ancora una volta, che la Concordia in quel preciso punto ce l’aveva portata lui e non il caso, non il vento, non il buon Dio.
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