Il Tirreno

Grosseto

Pesca in crisi: «Scioperare non serve»

di Enrico Giovannelli

Dopo la protesta romana dei “capitani”, il castiglionese Manai: «Chi esorta ad incrociare le braccia fa male alle imprese»

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CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. C’era anche Roberto Manai, castiglionese e responsabile toscano di Federpesca, giovedì, a Roma, quando una delegazione autoctona di “capitani” ha partecipato a una protesta di piazza. «La pesca italiana – dice Manai – è costretta in uno spazio molto limitato da regolamenti europei conseguenza di una politica sbagliata dei governi italiani degli ultimi 40 anni, che hanno portato le imprese di pesca alla bancarotta». Esordisce così Manai sulla polemica dell’applicazione della legge 154 che ha introdotto sanzioni e regole più stringenti per i pescatori e che li ha portati all’ “insurrezione”.

Regole e concorrenza. «Abbiamo una flotta vetusta e poco sicura, costi di produzione altissimi – dice Manai – e prezzo del pescato tenuto bassissimo dalle importazioni di pesce fresco dai paesi del Mediterraneo. La pesca professionale deve essere regolamentata, ma occorre che le regole valgano anche per le imprese degli altri paesi che pescano con noi nello stesso mare. Diversamente - sottolinea Manai - si parla di concorrenza sleale».

Il prodotto. Federpesca si concentra anche sulla qualità del pesce pescato, che riguarda anche i pescatori di Castiglione e della costa maremmana: «A noi chiedono di preservare con le quote, le misure e i tempi (leggi il fermo biologico, ndc), gli areali. Le altre marinerie del Mediterraneo invece pescano a loro piacimento e poi esportano il prodotto in Italia».

Incrociare le braccia. Federpesca non vuole andare contro le regole: piuttosto «ha prodotto – dice Manai – una proposta di modifica della legge 154 fin dalla sua approvazione in parlamento. Siamo consapevoli – sottolinea – che tale regolamento può essere modificato solo da un intervento del parlamento stesso. Qualche sciopero o qualche manifestazione non cambieranno le leggi: chi dice questo non racconta la verità. Occorre invece agire nel rispetto delle regole, con costanza e attenzione, costruendo una ragione comune a tutte le imprese di pesca, senza imposizioni e senza accreditarsi paternità di paladini salvatori della patria che negli ultimi 40 anni non sono servite».

Tutelare il reddito. «Fare sciopero per un armatore significa non lavorare – osserva il responsabile toscano di Federpesca – e quindi significa perdere quel poco di ricavo che possiamo acquisire quando ci è permesso di uscire in mare. Nessun disagio viene creato a terzi, tant’è che le importazioni di prodotto ittico hanno raggiunto quasi l’86% del consumo nazionale. Se si intende invece costringere chi ha bisogno di lavorare a non uscire in mare con intimazioni velate, allora dobbiamo pensare che a far male alle imprese non ci sono solamente i regolamenti comunitari e le leggi dello stato, ma anche alcuni che dicono di essere i nostri portavoce. Per concludere: la normativa punitiva espressa nella legge 154 può essere modificata dai parlamentari italiani, e quella espressa dai regolamenti comunitari può essere modificata solamente dalla Commissione Ue e dal Parlamento europeo. Occorre che i politici nazionali ed europei facciano il proprio dovere. Quello per cui sono stati eletti e sono pagati».

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