La manifestazione
Giorgio è rientrato dalla Thailandia: "Mai più in Asia"
Incubo finito per il grossetano arrestato per una battuta: a Roma l’aspettava il fratello. "Laggiù sembrava la Gestapo", racconta
GROSSETO. «Permesso? Sono il “bombarolo”». Giorgio Pasquinucci si affaccia dalla porta della redazione del Tirreno e sorride. Qui, finalmente, la sua battuta ha effetto e una risata, mista a sollievo, la strappa a tutti. L’insegnante in pensione grossetano, 70 anni, è atterrato all’aeroporto di Fiumicino all’alba di venerdì, dopo una permanenza extra di un mese pieno in Thailandia, dove è stato arrestato, rinchiuso in galera, processato. Un mese in cui la sua sorte ha tenuto col fiato sospeso tutta la città e la sua storia ha fatto il giro del Paese.
Pasquinucci, come è noto, viene arrestato il 21 febbraio all’aeroporto di Phuket dopo che una poliziotta fraintende la sua battuta: «Non ho mica le bombe», pronunciata al controllo bagagli. Il grossetano viene allontanato dal fratello e da un amico, che erano con lui e ripartono, e accusato di procurato allarme, una pena che in Thailandia può costare fino a 5 anni di galera. Comincia il suo incubo. Due giorni di carcere duro a Phuket, poi gli arresti domiciliari in un albergo, quindi il patteggiamento, la multa da 1.000 euro e la promessa di libertà.
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L’incubo sembra finito, ma non è così. «Prima di rientrare in Italia mi hanno detto che avrei dovuto passare comunque un periodo di tempo dalle due alle tre settimane in carcere a Bangkok – spiega Pasquinucci –. E così, sono stato preso dalla polizia, ho passato una notte alla centrale di Phuket e poi mi hanno mandato nella capitale».
Sono ore di apprensione. L’esperienza dei due giorni nelle carceri thailandesi, appena dopo l’arresto, è stata choccante. «E invece a Bangkok non mi hanno messo in cella – racconta Pasquinucci – ma mi hanno lasciato libero tutto il giorno nel cortile. Per questo devo ringraziare il console che mi ha davvero aiutato». La sera Pasquinucci viene portato all’aeroporto per prendere il volo delle 00.50 di venerdì. È a un passo dalla libertà. Eppure, di tutto questo mese, sono proprio gli ultimi momenti ad essere per lui più penosi.
«Per fare 80 metri – racconta – mi hanno ammanettato. Con me c’erano altre cinque persone: un serbo anche lui nei guai per una battuta sulle bombe, un australiano, un inglese, un anglothailandese e un filippino. Ci hanno ammanettati a due a due e ci hanno chiusi nel cellulare della polizia. Io soffro molto gli spazi stretti. E quando all’aeroporto ci hanno lasciati dentro per sbrigare le pratiche del filippino, ho avuto una crisi».
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Peggio che della cella del carcere, per Giorgio. «In galera – dice – sapevo che non potevo fare niente e ho aspettato, ma lì...». Lì a un passo c’è un aereo per Roma che lo porterà via da quell’assurdo labirinto giudiziario.
«Quando ci hanno fatti scendere, ci hanno portati nel seminterrato, che è pieno di corridoi e stanzine strette – prosegue Giorgio –. Sembrava la centrale della Gestapo. Ci hanno rifatto altre foto, anche insieme, ci hanno ripreso le impronte. Una cosa assurda».
In quel seminterrato Giorgio incrocia anche una ragazzina di 16 anni. «Era pakistana – racconta – era entrata in Thailandia per andare all’ambasciata americana per chiedere l’asilo ma era rimasta oltre i 30 giorni del visto e l’avevano arrestata. Essendo minorenne non rischiava la galera: la stavano rimpatriando».
Alla fine Giorgio riesce a salire sull’aereo, coi suoi documenti consegnati all’equipaggio. E venerdì alle 6 è atterrato all’aeroporto, dove è stato consegnato alla polizia che finalmente lo ha lasciato andare. Ad attenderlo, il fratello, che è scoppiato a piangere appena l’ha visto.
E adesso? Tornerà più in Thailandia. «Non so se posso tornare o meno – dice Giorgio – ma certo non ci rimetto più piede. Né in Thailandia, né nel resto dell’Asia».
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