Il Tirreno

Grosseto

Voucher, i tristi record della Maremma

di Enrico Pizzi
Voucher, i tristi record della Maremma

È la provincia Toscana che ne fa più uso e (probabilmente) abuso: numeri impressionanti, la denuncia della Cgil

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GROSSETO. La provincia di Grosseto ha un primato, in Toscana, ma probabilmente non è di quelli di cui andare fieri: è la provincia che ha l’incidenza più alta dei voucher sullo stock di lavoro dipendente. Lo spiega, dati alla mano, il segretario generale della Cgil di Grosseto, Claudio Renzetti. «Nel 2016 – dice – a Grosseto sono stati utilizzati 707.608 voucher, circa il 20 per cento in più dell’anno precedente. Ma il dato più sconcertante è che quasi la metà dei “buoni lavoro”, 303.221, non siano riconducibili ad attività classificate: l’acquisto in tabaccheria, contestuale a una tracciabilità parziale solo timidamente abbozzata, non consente all’Inps neppure di comprendere come vengano realmente utilizzati e da chi».

Per la parte nota del fenomeno, la fa da padrone il turismo, con 167.613 voucher acquistati, seguito dal commercio (101.334) e dai servizi (56.372). «La struttura produttiva della provincia di Grosseto – spiega Renzetti – ha favorito in questi anni un ricorso massiccio a questa forma di retribuzione, precarizzando in modo significativo la condizione di moltissimi lavoratori che prima venivano assunti con contratti stagionali a tempo determinato: i voucher, nati per retribuire il lavoro occasionale, oggi servono a pagare il lavoro parasubordinato stagionale».

Non c’è invece l’agricoltura tra i settori in cui si fa ricorso ai voucher. «Nel settore agricolo – dice il segretario della Cgil – ci sono altre forme, dal nero totale alle false cooperative, al caporalato: abbiamo presentato duecento pagine di denunce dettagliate tra ispettorato del lavoro e Procura».

In base alle vertenze relative a rapporti di lavoro dello scorso anno – un migliaio in tutto – la Cgil stima che a un’ora di lavoro pagata con un voucher se ne associno mediamente tre pagate al nero: un dato in linea con quello nazionale. «Quindi i 707.000 voucher di Grosseto – dice Renzetti – li dobbiamo ragionevolmente collocare in oltre due milioni e mezzo di ore di lavoro effettive, che equivalgono a 400.000 giornate di lavoro a tempo pieno».

Il vantaggio, nel ricorso massiccio all’uso dei voucher, è solo per i datori di lavoro scorretti, per chi voglia pagare in nero una bella fetta del lavoro finora retribuito coi tradizionali contratti stagionali. Mentre per i lavoratori significa solo ulteriore precarizzazione e impoverimento, aggravato dalla perdita del diritto all’indennità di disoccupazione (Naspi) per i periodi di astensione forzata dal lavoro. Renzetti evidenzia, poi, che la Provincia di Grosseto con 61.000 lavoratori dipendenti, il 20 per cento dei quali nell’ultimo anno ha lavorato meno di due mesi, è quella in cui il ricorso ai voucher incide maggiormente in tutta la Toscana.

Per la Cgil i voucher non sono riformabili, vanno semplicemente aboliti. «Con gli articoli 80 e 81 della nostra “Carta dei diritti universali del lavoro” – ricorda Renzetti – abbiamo proposto un nuovo strumento, snello e flessibile, ma più giusto, che regolamenti il lavoro veramente occasionale, uno strumento che si ispira al modello del mini job tedesco: un tetto di 2.500 euro all’anno su un massimo di 40 giornate lavorative, contributi previdenziali e assicurativi certi, controllo pubblico e tracciabilità tramite badge elettronico di chi acquista e fa lavorare e chi lavora, obbligo della comunicazione preventiva dell’orario che verrà svolto».

La battaglia sui voucher fa parte della campagna della Cgil a sostegno dei due referendum proposti per abolire i voucher e per il ripristino della clausola di responsabilità solidale, di soggetti appaltanti e appaltatori, a tutela dei lavoratori che sono impiegati negli appalti. «Questi due referendum – dice Renzetti – sono da collocare nell’ambito del percorso che abbiamo avviato per arrivare a un nuovo statuto dei lavoratori. I voucher – conclude – non sono neppure la soglia del peggio: ormai c’è anche chi viene retribuito con i buoni pasto».

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