Il Tirreno

Grosseto

In centinaia al corteo fucsia

di Giovanna Mezzana
In centinaia al corteo fucsia

Tamburi e canti: grande adesione all’iniziativa della rete “Non una di meno”

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GROSSETO. Sono scese in strada a suon di tamburi le donne grossetane. Lungo corso Carducci e poi “raccolte” in piazza Dante c’erano mogli, compagne e fidanzate. Single e divorziate. Madri e figlie. Lavoratrici e disoccupate. Ma sopra a tutto – al di là di qualunque etichetta che alla fine riduce a un ruolo sociale – c’erano tante identità.

È il loro spazio di manovra, la loro autonomia – antidoto a qualsiasi forma di violenza – ciò che hanno voluto “presidiare”. Di presidio – termine che arriva dal gergo militaresco – purtroppo – si deve parlare: la cronaca racconta violenza e brutalità delle dinamiche tra uomo e donna e basterebbe l’omicidio di Monte Argentario del 16 febbraio per testimoniare che quei tamburi, quel percorso – anche semantico, di “senso” – non è fuori luogo. Non è esagerato.

Forse ci sarebbe piaciuto sentire arpe e flauti o chitarre lungo il corso cittadino nella giornata con cui si omaggia la Donna. E invece, no: ieri, 8 marzo, Festa della Donne, rimbombavano i tam-tam. E il tamburo richiama alla marce da guerra. Sia chiaro: non è una battaglia contro l’altro genere. È una battaglia contro la violenza, quella fisica e quella subdola che si insinua tra le scrivanie di un ufficio come tra le pareti di casa.

Sono state centinaia le donne che ieri a Grosseto hanno raccolto l’invito della rete delle associazioni femminili e femministe: il Centro antiviolenza Olympia de Gouges, il Centro Donna, Donne Cgil, Influssi lunari, Libreria delle ragazze, Raccontincontri, Rosa Parks. Qualcosa di nero e/o qualcosa di fucsia da indossare – i colori “identificativi” del movimento nazionale “Non una di meno” – e via. Sono partite. Da Piazza Rosselli. Con loro sfilavano striscioni e cartelloni: “La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne”. O ancora: “La violenza sulle donne ferisce tutta l’umanità”.

È stato bello vedere che non c’erano solo donne che procedevano a marcia di tamburo. C’era per esempio Giulio Fantoni, 29 anni, con una cravattina fucsia legata orgogliosamente al collo. Qualcuno gli ha suggerito di partecipare? Qualcuno lo ha invitato? Sua madre? La fidanzata? No. «È stata una scelta mia – dice – perché non passa giorno senza che tv e giornali non diano una notizia di violenza su di una donna. Si muore per le violenze di un uomo». A questo giovane chiediamo dove risieda questa brutalità, da dove arrivi, che forma abbia prima di trasfigurarsi in atto. «C’è una parte di “fisicità” – dice – (l’uomo è più forte della donna, ndr) ma è soprattutto il retaggio della visione della famiglia sotto il padre padrone».

Non solo tamburi. Quando il fiume di donne arriva in piazza, il ritmo della manifestazione cambia. E la marcia lascia il posto al canto: «Se ti lascio mi devi rispettare». Il rombo delle percussioni riprende: «Non una di meno».

Intanto a Palazzo civico si svolge una cerimonia. Salgono voci soavi: sono quelle delle coriste della Corale Puccini. Introducono alla presentazione di quattro targhe su cui ci sono scritti altrettanti nomi di donne, a cui saranno dedicate le sale di lettura della Biblioteca Chelliana. Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Anna Magnani, Oriana Fallaci. Quattro nomi, quattro simboli. Le hanno scelte i grossetani – in tremila hanno risposto all’iniziativa lanciata per la Notte della Cultura – come ci spiega Anna Bonelli, responsabile della storica biblioteca grossetana. Sapere, curiosità e voglia di verità, personalità: come rivelano le scelte fatte, queste sono le donne, secondo i grossetani.

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