Il dolore
«A me il 20 per cento, ai titolari il resto»
Paolo Palumbo spiega come era nato lo Studio Verde, perché Ballasina si era rivolto a lui e come aveva ideato i falsi incidenti
GROSSETO. Erano compagni nella stessa aula, stessa classe al liceo. L’investigatore e l’imputato. L’ispettore di polizia Luca Ciani di Paolo Palumbo, uno dei principali imputati del processo Pandora, conosce tante cose. Ad esempio la memoria, eccezionale. Ad esempio la calligrafia, illeggibile. E con il passare degli anni ha conosciuto anche le attitudini di Palumbo a transitare spesso e volentieri al di là del confine della legge.
Spigolature venute a galla al fianco delle vicende penali che riguardano le truffe alle compagnie assicuratrici. Palumbo, del resto, era uno dei promotori dello Studio Verde, di cui si occupa il primo troncone di indagine. E lo stesso Palumbo - che si definisce «ancora praticante avvocato, visto che non mi sono mai cancellato» - ha ammesso già al pm di aver costruito a tavolino falsi incidenti: ha confermato tutto ieri anche davanti al collegio (Giovanni Puliatti presidente, Gian Marco De Vincenzi e Andrea Stramenga) quando il pubblico ministero Marco Nassi lo ha interrogato. Con naturalezza, con distacco, con lucidità e con rarissimi «non ricordo».
E con momenti che hanno destato qualche sorriso, come quando Palumbo ha spiegato che «qualcuno crede che io non abbia superato l’esame da avvocato perché io ho una pessima calligrafia». Alla sua scrittura la Procura attribuisce uno scritto anonimo che schematizza le fasi di intervento dello Studio Verde, dall’offerta pubblicitaria al reperimento dei canali di informazione e approvvigionamento fino ai «trustec», cioè i falsi, come li aveva definiti un altro imputato, l'avvocato Gabriele Valassina (definito «socio occulto del titolare Stefano Rossi»). «Ma io non scrivo mai nulla, anche per la mia ortografia pessima; preferisco parlare».
Valassina si era rivolto a Palumbo nel 2008 perché «voleva fare qualcosa negli infortuni». Fu davanti a una birra che fu deciso di fare qualcosa. Dopo alcuni abboccamenti e tentativi, fu deciso di creare un’agenzia in proprio, non in franchising; «Rossi non lo conoscevo inizialmente». Palumbo avrebbe dovuto portare l’esperienza similare già fatta con Enzo Betti, dal 2002, con cui aveva però chiuso. «Io avrei dovuto procacciare i sinistri e trattarli tecnicamente. Rossi e Valassina si dividevano il ricavato, a me spettava il 20% sull’utile netto». Palumbo, che cercava un ricollocamento poiché l’esame da avvocato non era andato bene, aveva faticato: «Il mercato era bloccato, perché gli infortunati erano pre-incanalati da soggetti come appartenenti a forze di polizia e personale ospedaliero. Anche in provincia era così: nessuno sembrava interessato alla nostra iniziativa. Allora scattò la terza fase, cioè quella dei falsi incidenti», visto che la pubblicità anche tramite internet non aveva funzionato al pari della ricerca dei pazienti.
Ma con i medici come funzionava? ha chiesto il pm: «Con il metodo do ut des, cioè il medico ci dava le pratiche se noi le passavamo». Il dottor Angelo Cavero? «Ci provai ma non ci riuscii. Non sono a conoscenza di alcun rapporto tra lui e lo Studio Verde. Fece qualcosa ma solo per me, sostanzialmente, per l’incidente Sciarra, nel 2008: un incidente che mi fu passato dal carrozziere Luciano Pantini, lui mi dette solo i certificati, le infortunate non erano a bordo di alcuna auto. Io mi misi alla ricerca di un incidente dell’anno prima: lo trovai, feci un copia-incolla. Io so di un solo caso di certificati senza vedere i pazienti: questo, appunto». È vero che Cavero aveva un’antipatia per lei? «L’ho saputo più tardi. Non so dire se io fui allontanato dallo Studio Verde perché io sapevo che lui faceva certificati falsi, come sembrava aver fatto con Betti». Perché fu allontanato? «La goccia che fece traboccare il vaso fu una pratica non portata a termine per mancanza di certificati. Un incidente tra l’altro di cui non è stato liquidato niente, nonostante la compagnia dica il contrario: sono cifre improponibili». Il dottor Giuseppe Retali? «Retali lavorava con tutti. Si metteva alla scrivania dello studio, vedeva i certificati e provvedeva». Faceva certificati anche senza vedere i pazienti? «Sì». Retrodatazioni? «Non ricordo». Tra voi dicevate che lui era uno che faceva i falsi? «Sì. Ma lui non sapeva che gli incidenti che gli erano sottoposti erano fasulli». Il dottor Francesco Bozzi? «Veniva allo Studio Verde per ricevere gli incarichi sui pazienti». Il dottor Giovanni Baldi? «Non ci disse né sì né no. Ci fece una specie di lezione di infortunistica. Ci chiedemmo che cosa voleva dire».
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