Il dolore
«La perseguitava scrivendole dal carcere»
L’uomo aveva continuato a molestarla anche dopo la prima condanna per stalking: adesso c’è un secondo processo
GROSSETO. Lei non voleva nemmeno venire a testimoniare in aula: l’aveva sollecitata il suo avvocato, facendole presente che il suo contributo sarebbe stato indispensabile, l’aveva convinta la figlia. Ma non era stato facile. Aveva rivissuto davanti al giudice l’ansia, la paura, gli stessi sentimenti provati quando aveva presentato la querela. Però ce l’aveva fatta a raccontare quello che le era successo più di tre anni fa, quando lo stalking era continuato dopo il primo processo, dopo la prima sentenza: aveva raccontato che lui, detenuto, le aveva scritto anche dal carcere e che in quelle lettere c’erano parole terribili.
Caso singolare quello che viene celebrato davanti al giudice Marco Bisilari: stalking dal carcere. Lettere d’amore, d’amore sincero apparentemente, scritte in un italiano scorretto dalla persona con la quale c’era stata una relazione, poi finita: «Non posso stare senza di te». Ma dietro a questa manifestazione di affetto si sarebbe nascosto, secondo la Procura, un meccanismo di persecuzione. Sulle buste o dentro le stesse lettere c’erano espressioni come «Ricorda bene, non voglio sentire qualcosa di brutto sennò mi inc....»; oppure «non vorrei sentire che stani con un altro, sennò tu mi conosci bene a me. Ricorda bene queste parole mie...».
L’uomo, italiano, oggi poco più che quarantenne, libero dopo essere stato detenuto a Massa e Prato, e di fatto irrintracciabile, nell’ottobre 2013 aveva patteggiato un anno di pena con il giudice Sergio Compagnucci per i pedinamenti, le minacce, gli improvvisi arrivi a casa sua, gli schiaffi. Lei, all’epoca, non si era costituita parte civile (adesso è assistita dall’avvocato Loredana Luiso): era terrorizzata anche dalla sola idea di doverselo ritrovare di fronte. Lui, subito dopo, aveva iniziato a scriverle dal carcere: una prima volta il 14 novembre 2013, l’ultima ai primi di dicembre. Lei le aveva raccolte ed era andata dai carabinieri. E proprio il maresciallo che aveva raccolto la querela è stato sentito ieri dal giudice: il sottufficiale ha confermato la provenienza di quelle lettere, che evidentemente erano sfuggite a ogni tipo di controllo. L’imputazione del processo in corso è la naturale conseguenza di quel primo procedimento, quello nel quale lui si era difeso in ogni modo: «Ho alzato la voce, ma non l’ho mai picchiata», aveva detto. Era vero che era entrato in casa di lei? «Sì, ma la porta si era aperta da sola, io volevo solo parlare». Voleva solo parlare? «Mi ero ubriacato, ero tornato a casa, volevo solo parlare. E lei cosa fa? Chiama i carabinieri». Mai picchiata? E’ sicuro? «Mai». E quella volta che la signora era finita al pronto soccorso? «Stava male, l’avevo accompagnata io in ospedale». Mai picchiata? «Forse è scappato uno schiaffo».
Il processo è quasi terminato: la viceprocuratrice Pamela Di Guglielmo e il difensore Katia Rotunno si ritroveranno ad aprile per la discussione finale. E lì il giudice dovrà decidere se condannare l’uomo.
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