Finanza
Un ponte tra Aleppo e Grosseto
Padre Firas ospite del vescovo Rodolfo racconta la distruzione e la speranza
GROSSETO. Ad Aleppo non c’è più la guerra, ma non c’è ancora la pace. Lo si capisce dalla parole di padre Firas Lutfi, francescano della Custodia di Terra Santa, che ha condiviso con i suoi confratelli e con gli abitanti della città siriana la tragedia della guerra e dei bombardamenti. Padre Firas è a Grosseto, per pochi giorni, ospite del vescovo Rodolfo Cetoloni: il tempo di incontrare i ragazzi delle scuole della diocesi, di celebrare la messa in duomo, per ringraziare la diocesi e la città per quanto hanno fatto a sostegno dell’opera dei frati di Aleppo, raccontare quello che sta accadendo e proseguire in una collaborazione che ora, che c’è da ricostruire, serve più che mai. «Questa diocesi, questa città - ha detto padre Firas - ci fa sentire a casa nostra, accolti, benvoluti, amati. Potete immaginare come è ridotta Aleppo dopo sei anni di guerra. Sino qui per ringraziare per tutto l’aiuto che ci è stato dato, quello economico e anche quello della preghiera, che ci ha incoraggiati a restare, anche quando era forte la tentazione di lasciate tutto e andare via».
Da Natale qualcosa è cambiato. Aleppo non è più on guerra, le fazioni jihadiste hanno trovato un accordo con le forze governative e hanno lasciato la città. Ma restano arroccate poco lontano.
In ogni caso Aleppo è libera, anche se la guerra in Siria non è finita. «Non si tornerà indietro - dice padre Firas - e la guerra prima o poi finirà. Ma ci ha lasciati come la città più martirizzata nel XXI secolo. Interi quartieri, che erano patrimonio dell’umanità sono stati completamente mutilati. La città è in ginocchio. Le famiglie vivono ancora l’emergenza, manca l’acqua, non c’è elettricità, non c’è lavoro».
Prima del conflitto Aleppo contava 3,5 milioni di abitanti, oggi sono meno di due milioni. I Cristiani erano 150.000 oggi sono meno di 30.000. Tanti, troppi, i morti, ma anche i profughi che hanno scelto di abbandonare la città. «Ci siamo chiesti come aiutare chi è rimasto - spiega padre Firas - oltre che con il pacco viveri che ogni mese distribuiamo alle famiglie». E così sono nati alcuni progetti sia per la ricostruzione delle case bombardate, sia per il sostegno, anche psicologico alle persone che sono rimaste traumatizzate dalla guerra. E tra loro tanti giovanissimi, che arrivano anche a tentare il suicidio quando il terrore dei ricordi li assale. E poi i frati stanno trovando, nel loro convento, anche spazi per assistere i bambini attraverso l'arte, la musica, il cinema. La ricostruzione non riguarda solo i muri delle case.
Enrico Pizzi
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