Sicurezza
Arrestato in Thailandia per una battuta: «Per uscire di galera ho dovuto dichiararmi colpelvole» - Audio
Giorgio Pasquinucci, il grossetano scarcerato a Phuket, si racconta: «L’incubo è finito, ma è stata un’esperienza durissima. Tutta colpa di chi mi ha controllato i bagagli»
PHUKET. Non vede l’ora di tornare in Maremma, anche se resta l’amarezza per essersi visto addebitare un’accusa ritenuta grottesca e ingiusta scaturita da un fraintendimento. Giorgio Pasquinucci, il grossetano arrestato il 20 febbraio all’aeroporto di Phuket per aver pronunciato una battuta in italiano («Manco ci fossero le bombe in valigia») equivocata dalla poliziotta che gli controllava lo zaino, due giorni fa ha patteggiato due anni e mezzo di carcere. E ora aspetta di tornare in Italia e ringrazia chi in Thailandia l’ha aiutato dandogli una parola di conforto e prestandogli soldi. Ci abbiamo parlato per telefono mentre lui era ancora a Phuket.
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Pasquinucci, ora è un uomo libero, come sta?
«In questo momento sto bene, sono al supermercato a Puket per passare un po’ di tempo. L’incubo è finito, ma mi sono dovuto dichiarare colpevole perché finisse tutto, sennò mi mettevano subito in galera e poi sarebbe andato avanti il processo. O fai così o vai in carcere. Non sono andato neanche dal giudice a questo punto: mi hanno fatto firmare dei fogli in cui mi dichiaravo colpevole, poi l’avvocato è andato dal giudice che mi ha condannato a due anni e mezzo di reclusione, commutati subito in 6 mesi con la condizionale e 40mila bath di multa, e qui è finita».
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Ora aspetta i documenti, quando le saranno restituiti?
«Sembra che mi ridiano il passaporto lunedì 5».
L’ambasciata l’ha aiutata?
«Assolutamente niente, è da oggi che mi sta telefonando il console che mi vuole parlare e mi vuole aiutare, ma secondo me lo fanno semplicemente solo perché il caso è arrivato alla ribalta mediatica nazionale. Quando avevo bisogno e ho chiesto aiuto non si è visto nessuno. Ora che è finito tutto, arrivano. Stamani (ieri) il console mi ha chiamato, vuole avere un colloquio con me per spiegare certe cose, quello che hanno fatto senza che io lo sapessi».
Chi l’ha aiutata?
«Diversa gente. Per esempio un poliziotto della polizia turistica che parla italiano, chiamato dal capitano del posto di polizia per darmi una mano perché hanno avuto pietà di me. Dopodiché sono stato fortunato a trovare un avvocato bravo e una signora di un hotel che mi ha permesso di prelevare con la carta di credito tutti i soldi che mi ci volevano, e sono stati tanti. Se non avessi avuto queste persone e quei soldi io sarei in galera. L’ambasciata diceva: “noi stiamo monitorando” il caso. Ho capito, ma a me mancavano i soldi; in teoria mi ci voleva un interprete perché non capivo niente, e una persona in supporto psicologico. Forse non vi rendete conto di come sono le galere in Thailandia, abbondano gechi, scarafaggi e compagnia bella».
Ci parli del momento in cui l’hanno arrestata
«La tipa del controllo bagagli insisteva a controllare il mio bagaglio. A un certo punto le ho detto: “Ora manco ci fosse una bomba lì dentro”. Loro parlano soltanto thailandese: lei ha sentito “bomba”. Se ci avesse ragionato un attimo: il mio bagaglio era passato dallo scanner 30 secondi prima e non c’era niente. Però lei come ha sentito bomba ha iniziato a urlare: bombe, explosive! A quel punto è arrivata la sicurezza, la polizia: da lì hanno interrogato 3 volte quella ragazza, ma a me non hanno chiesto assolutamente niente. Mi hanno solo preso e messo in galera, senza neanche chiedermi la mia versione dei fatti».
Stato d’animo oggi?
«Non sono una di quelle persone che si abbattono, ho sempre cercato di reagire e fare qualcosa. Lo stato d'animo di ora è tranquillissimo, ormai è finito tutto. Potrei starci anche un altro mese, a questo punto...».
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