Il Tirreno

Grosseto

Alla scoperta dell’impianto a biogas

di Francesca Ferri
Alla scoperta dell’impianto a biogas

Dopo l’incendio del digestato e le lamentele per i cattivi odori, il titolare della centrale apre le porte

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GROSSETO. In tre anni a Grosseto sono più che raddoppiate le segnalazioni per cattivi odori provenienti dagli impianti a biogas intorno al capoluogo. Ce ne sono sette: due a San Martino, uno a Stiacciole, due a San Lorenzo, uno a Principina terra e uno a Cernaia. Nei campi ad uso di uno di questi, la Fer energia, a San Martino, due giorni fa il digestato – il concime ottenuto dagli scarti del processo produttivo – si è incendiato e ha provocato fumo denso finito sull’Aurelia e fino all’ospedale Misericordia e alle prime case.

Sconosciute le cause. Le indagini sono in corso, ma certo, in attesa di capire cosa sia successo, l’episodio non fa che accrescere l’insofferenza e la diffidenza verso questi impianti, espressa anche da associazioni ambientaliste e gruppi politici come il M5s.

Mercoledì, mentre ancora i trattori stavano lavorando il campo dopo l’incendio, Il Tirreno ha visitato l’impianto per vedere come funziona e ha incontrato Raffaele Signoroni, il legale rappresentante della Fer e della vicina Futura, che possiede l’impianto gemello, per girargli le domande che da tempo ambientalisti e cittadini pongono sul biogas: cosa finisce nel digestore? L’odore è solo fastidioso o anche pericoloso per la salute e l’ambiente? Qual è il volume d’affari, incentivi statali compresi? E perché l’impianto è stato costruito così vicino alla città?

Perché è vicino alla città. «Partiamo dall’ultima domanda – dice Signoroni –. La risposta è semplice: perché è vicino all’ospedale. Avevamo trovato terreni molto più convenienti ad Albinia, ma venimmo qua. Proprio per l’ospedale avevamo infatti un progetto di cessione del calore che usiamo per scaldare le vasche. A noi ne serve un decimo di quello prodotto: il resto va disperso. Un peccato mortale. Per questo avevamo fatto uno studio: con un milione di investimento si potevano realizzare tubature sotterranee coibentate che avrebbero portato il calore all’ospedale. Il progetto sarebbe dovuto andare a gara, c’era la disponibilità dell’amministrazione, coinvolgeva noi, l’Asl e Manutencoop. Ma non se ne è fatto più niente, non so perché».

Dai mobili al biogas. Era il 2012. I due impianti di San Martino erano nati da uno e due anni. Signoroni, bresciano, era nuovo del settore. «Facevo mobili per ufficio – spiega – ma avevo degli amici in Maremma. Questa è un’attività imprenditoriale, c’era la possibilità di guadagnare e siamo partiti. Ma non è corretto parlare di imprenditori speculatori per gli incentivi statali. Per forza ci sono gli incentivi: si sommano i rischi dell’agricoltura con quelli industriali».

Incentivi e fatturato. Ma a quanto davvero ammonta il giro d’affari? Ciascuno di questi due impianti produce 1 Megawatt. Lo Stato dà un incentivo di 28 centesimi di euro a Kilowatt prodotto. «Ciascun impianto è costato 6 milioni di euro – spiega Signoroni –. Un impianto che va bene fattura sui 2,1 o 2,2 milioni di euro all’anno. La gestione annuale sottrae circa 1,7 milioni di euro. Restano 200-300.000 euro lordi, ma poi nemmeno quelli: un anno c’è la siccità, un altro esonda l’Ombrone...».

Il ruolo dell’agricoltura. A ciascun impianto lavorano tre persone. Il ciclo produttivo è continuo, «sulle 8.200 ore l’anno», dice Signoroni. Poi ci sono i terzisti che si occupano del lavoro nei campi. Perché l’impianto a biogas è un tutt’uno con la campagna circostante. «Ognuni impianto ha a disposizione 140 ettari di campi, in affitto», spiega Signoroni. Che, prese le chiavi, sale in auto e ci porta a fare un giro per l’area. Si estende a cavallo dell’Aurelia tra San Martino e l’ospedale. Qui è coltivata parte del prodotto che finisce nell’impianto, per lo più mais e grano che richiedono poca acqua.

Il materiale usato. E qui si arriva alla domanda che molti si pongono guardando da lontano questa curiosa costruzione fatta di bassi cupoloni circondati da cumuli impacchettati in un telo plastico.

«Prima di tutto sgombriamo il campo da equivoci: qui non entrano rifiuti. Trattiamo solo materiale vegetale e materiale come pollina e altre deiezioni animali», dice Signoroni. Da due anni la legge prevede che si possano usare al 49% sottoprodotti dell’agricoltura e al 51 prodotti agricoli appositamente coltivati. Insomma, un po’ sfalci, un po’ pannocchie, un po’ pupù. In questo periodo si usano gli scarti della lavorazione dei frantoi. «Non possiamo invece usare carcasse di animali», aggiunge Signoroni.

Filiera corta e non. La legge prevede che in parte l’impianto autoproduca il materiale, in parte che lo possa comprare da fuori. In questo caso deve arrivare dalla filiera corta: al massimo 70 chilometri in linea d’aria. Ma grazie a due contratti quadro, uno tra Assoelettrica, Confagricoltura e Assitol e uno tra Assoelettrica, Confagricoltura e Assograssi Assocarni, si può in alcuni casi derogare. «Qui ci avvaliamo solo del primo che regolamenta l’uso di semioleosi – spiega Signoroni –. Il materiale arriva anche dall’Emilia, ma di contro c’è che costa di più».

Il traffico di camion. Portare materiale all’impianto provoca traffico di camion, anch’esso oggetto di proteste. «In media uno o due camion al giorno – dice Signoroni –. Potremmo avere un picco di cinque, sei camion in certi periodi».

Come funziona. Ma cosa succede dentro questo impianto? «Anche qui una precisazione dovuta: noi non bruciamo niente. Questo non è un impianto a biomasse, ma un impianto a biogas» dice Signoroni. Quel che avviene è una fermentazione, come nella pancia di una mucca. Il materiale attraversa tre fasi in cui viene sgranocchiato, mangiato, digerito ed evacuato da tre diversi tipi di batteri. Gli ultimi sono quelli metanigeni che producono il biogas. «I batteri sono delicati – spiega Signoroni – bisogna stare attenti al tipo di materiale. Se ad esempio usiamo una pollina derivata da galline a cui sono stati somministrati antibiotici, i batteri muoiono. Per questo ribadisco: non solo non possiamo per legge, ma non possiamo anche materialmente usare sostanze che non siano altro che di qualità».

Dal biogas alla corrente. Usando prodotti ad alta resa, come il mais, sarà metano al 50%. «Quindi – dice Signoroni – da 1,9 metri cubi di biogas si ricava un metro cubo di metano». Metano che alimenta la produzione di energia elettrica. Quello che, invece, i batteri non riescono a digerire, il digestato – solido o liquido – prende la via dei campi. È ricco di azoto ed è usato come concime.

Agricoltura industriale. C’è poi una partita etica: se ciascun impianto ha bisogno di 140 ettari per coltivarci le piante destinate ad alimentare il ciclo industriale, che fine fa la tanto decantata agricoltura maremmana? Non finisce tutto in agricoltura industriale? Di masi, ad esempio, secondo i dati forniti da Signoroni, questo impianto nel “mangia” 50 tonnellate al giorno, 16.000 tonnellate all’anno. «L’agricoltura rende così poco che a coltivare il grano ci si rimette – dice Signoroni–_. Se qui non coltivassimo noi, questi campi non li coltiverebbe nessuno». Quanto ai controlli «l’Arpat viene due, tre volte all’anno ma comunque tutto il materiale che entra ed esce è accompagnato dalla sua bolla».

La puzza. Ultimo, ma non meno importante per i cittadini, il problema dei cattivi odori. «Può accadere che durante un cambio termico ci possa essere del cattivo odore – dice Signoroni – ma sono davvero 15 minuti. E comunque non è certo il fumo di una centrale a carbone».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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