Toscana
Mabro, tre fascicoli penali ora sul tavolo del giudice
La richiesta di rinvio a giudizio più recente riguarda una presunta distrazione di beni La Procura propone una modifica dell’imputazione, l’obiettivo è un processo unico
GROSSETO. Mabro: tre procedimenti, un unico processo. Questo il destino per i tre fascicoli aperti dalla Procura sulla gestione dello stabilimento di via Senese. Un destino sul quale sarà messa una parola più certa solamente fra un mese, quando sarà completato l’esame delle modifiche ai capi di imputazione che il sostituto procuratore Salvatore Ferraro ha presentato all’udienza preliminare di ieri davanti al giudice Marco Mezzaluna, in relazione anche agli ultimi avvenimenti. Un destino non certo, perché potrebbero intervenire uno o più stralci, a seconda di ciò che emergerà alla prossima udienza.
Fascicolo uno. Quali i tre fascicoli? Il primo, il più “anziano” (2011), è quello che vede imputati Antonio Di Pietrantonio, Paolo Invitti, Alessandro Francesco Giudice, Domenico Morabito, Graziano Ufrasi, Riccardo Losi, Pier Luigi Sterzi e Maria Luisa Campesi (amministratori i primi e revisori gli ultimi due per Movies-Royal Tuscany) e la modifica riguarda proprio questo fascicolo. Inizialmente, erano stati contestate le false comunicazioni in bilancio, la truffa, l’appropriazione indebita. Adesso la Procura vi innesta la bancarotta fraudolenta (per tutti), per aver aggravato il dissesto di Movies-Royal Tuscany non chiedendo la dichiarazione di fallimento dal 2009; l’ingiusto profitto inizialmente contestato vede affiancarsi adesso almeno due episodi di distrazione (arredi di un immobile per 54.000 euro e uso di carte di credito per 30.000 - solo per Di Pietrantoni, Invitti e Morabito); vi si collega la contestazione della falsa rappresentazione della situazione societaria con la truffa di cui sarebbe rimasto vittima Aldo Filippo Invitti nell’acquisto di 1.049 azioni di Movies.
Fascicolo due. Il fascicolo del 2014 riguarda invece Maurizio Santoro, Andrea Barontini, Maurizio Graziano Favilli, Gianluca Mauro, Giorgio Benassi, Filippo Invitti e Antonio Di Pietrantonio. Qui il caso è quello di Mabro-Abbigliamento Grosseto, anche in questa circostanza per bancarotta fraudolenta, periodo 2009-2013. È un caso già noto, qui non c’è alcuna variazione.
Fascicolo tre. Infine il fascicolo più recente, datato 2016, per il quale la Procura ha chiesto il giudizio poco più di un mese fa. Bancarotta fraudolenta, anche qui, la contestazione, in seguito al fallimento di Mabro spa datato 2011. Il processo viene chiesto per Maurizio Graziano Favilli (presidente del cda e amministratore delegato dal febbraio 2008), Giorgio Benassi (consigliere e amministratore delegato dal febbraio 2008, dal dicembre 2008 liquidatore) e Franco Bosco (consigliere e amministratore delegato dal 2000 al 2008). Per loro la contestazione è quella di non aver richiesto il fallimento dal 2004 e quindi di aver aggravato il dissesto, con una distrazione di denaro e beni per 3,9 milioni di euro. I bilanci nel mirino sono quelli 2005, 2006, 2007 e 2008, in cui non sarebbero stati esposti fatti corrispondenti al vero: irregolari rivalutazioni di immobili e di marchi, false fatture, valore di patrimonio diverso da quello effettivo, quantificazioni di merci inventariate non corrispondenti al valore, quantificazioni di crediti esigibili senza la svalutazione. Lo scopo sarebbe stato quello di dare un'immagine di solidità aziendale diversa dalla realtà, a danno dei creditori. La Procura contesta anche la tenuta irregolare delle scritture contabili, sia fino al 2007, sia dopo (schede di mastro, libro inventari). La distrazione sarebbe stata attuata con una fattura di parziale storno, con pagamenti e vendite verso Mco per oltre 1 milione, con una fideiussione, con versamenti (tra cui la cessione del ramo di azienda per 83.000 euro del 2008, non riscosso alla data del fallimento), con spese verso Abbigliamento Grosseto non restituite, con un abbuono e uno storno verso Royal Tuscany, con la vendita di merce per 1 milione di euro, con crediti non regolarizzati, con la vendita di tre auto per 9.666 euro. E infine, quando lo stato di insolvenza era già stato acclarato, il liquidatore Benassi avrebbe eseguito il pagamento delle sue spettanze 2009 e 2010 per 203.000 euro per favorire il proprio credito verso la società a danno degli altri creditori.
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