La protesta
Dagli Usa per studiare il “metodo Tommasini”
Un gruppo di studenti dell’università del Delaware ha visitato ieri la storica azienda di biciclette
GROSSETO. Vengono dal “nuovo mondo”, hanno attraversato l’oceano e sono atterrati nel Vecchio continente, e più precisamente in Maremma, per osservare il mondo imprenditoriale locale. E qui, a fare loro scuola, è stata un’azienda storica del territorio, la Tommasini, nome che a pronunciarlo è sinonimo di biciclette.
È così che ieri mattina un nutrito gruppo di studenti della facoltà di finanza e marketing dell’università del Delaware, negli Stati Uniti, insieme al loro professore, Richard Christopher Jakotowicz, ha visitato l’azienda di via Nepal.
«Abbiamo iniziato questa collaborazione già lo scorso anno – spiega Roberta Tommasini, che assieme alla sorella Barbara Tommasini e i rispettivi mariti Valfrido Migliorini e Alessandro Malentacchi, gestisce l’attività fondata nel 1957 da Irio Tommasini – e già allora riscontrammo un grande interessamento da parte degli studenti. Offrire un’altra occasione ci è sembrata una cosa doverosa. Il progetto su cui stanno lavorando è davvero ambizioso. Si sono indirizzati sullo sviluppo delle piccole e medie imprese e dell’indotto industriale dei settori diversi e innovativi rispetto all’economia americana».
Sono state ore davvero fuori dal normale quelle vissute ieri dalla clientela dell’azienda, che quest’anno festeggia i 70 anni di attività. Si sono trovati sommersi da questo gruppo di giovani americani che hanno avuto accesso a tutta le fasi di lavoro.
«La lezione – spiega Barbara Tommasini – aveva come programma una breve visita conoscitiva della produzione e del nostro prodotto. I ragazzi hanno immediatamente capito le diversità tra un’azienda artigiana reale 100% fatto in Italia, come la nostra, e la produzione di massa. La tipologia di mercato su cui lavoriamo, la ricerca clienti, insomma, le nostre strategie di marketing, quelle di una piccola azienda artigiana a confronto dell’indutria».
Non sono mancate le domande alle quali Migliorini e Malentacchi hanno risposto. «Gli studenti erano interessati a conoscere i quantitativi di produzione – spiegano – in rapporto al numero di personale, al tipo e tempo di formazione necessaria per i tecnici. Hanno chiesto se i prodotti sono soggetti a innovazione dei materiali e tecniche di produzione e al tempo necessario per completare il prodotto e i motivi per cui un cliente è disposto ad aspettare per avere un prodotto unico».
I giovani statunitensi sono rimasti piuttosto sorpresi nell’apprendere che esistono realtà diverse da quelle prettamente industriali.
Di tutta questa situazione, Irio Tommasini, il deus ex machina che nel 2015 a nome dell’azienda ha ritirato dal sindaco di Grosseto il Grifone d’oro – ha un'idea ben precisa.
«Queste sono occasioni per far conoscere il vero mondo dell’artigianato made in Italy, quello di qualità, dove il prodotto non è solo un brand, un marchio, ma qualcosa che ha radici più lontane fatte di esperienza, innovazione e passione».
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