La protesta
Commissione “d’inchiesta” sulle offerte
I lavoratori hanno formato un comitato per contattare gli imprenditori esclusi dal bando di gara per la cessione
GROSSETO. È stata un corsa contro il tempo quella di ieri. Confindustria, i sindacati, le istituzioni sono stati tutti vicini ai lavoratori della Mabro per risolvere il problema della richiesta di mobilità che doveva essere presentata entro ieri sera per non perdere i diritti garantiti dalla legge attualmente in vigore. Perché da domani cambia tutto e molte garanzie spariranno.
Ma è stata anche la giornata dei dubbi, della paura, delle lacrime nuove che si sono aggiunte a quelle di due giorni fa, quando è stato emesso il provvedimento di fallimento per Abbigliamento Grosseto.
«Fino a luglio ci avevavamo creduto - dicono Nadia Perino, Francesca Ferrari e Maurizio Giuliarini, rsu Cgil - Poi dalla lettura della relazione che il commissario aveva consegnato nel mese di maggio al Ministero e poi, nei primi di giugno, al Tribunale di Grosseto avevamo capito che la partita era chiusa. In quel documento almeno una volta con chiarezza il commissario aveva chiesto, nero su bianco, la chiusura negativa della procedura prevista dalla legge Prodi. Tutto quello che è avvenuto dopo è solo fumo. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca».
Per i lavoratori della Cgil, uno dei nodi da sciogliere era proprio l’acquisto del capannone: chi diceva di volerlo fare, secondo loro, non aveva un piano di rilancio credibile per la produzione. «La scusa trovata era quella di riaprire più in fretta - aggiungono - ma la ristrutturazione e la messa in sicurezza avrebbero dilatato parecchio i tempi. Sarebbe stato più conveniente la costruzione di un nuovo edificio. Quando, come 30 giorni fa, ci veniva detto della disponibilità dei cinesi o di altri a intraprendere una nuova attività acquisendo o affittando la vecchia struttura, con il cuore speravamo fosse vero, ma con la testa sapevamo che non era possibile e che l’unica soluzione sarebbe stata quella di oggi. Quindi sappiamo che siamo state prese in giro». Le maestranze sanno di avere dalla loro un know how appetibile e un marchio che vale. «Lo dimostrano gli interessamenti che ci sono stati nei bandi e fuori dai bandi. Abbiamo visto con i nostri occhi i plichi con le offerte e i piani industriali. Sempre con i nostri occhi abbiamo visto gli assegni a garanzia della serietà dell’offerta. Non abbiamo capito i motivi per cui quegli imprenditori sono stati esclusi e quando abbiamo chiesto le risposte sono state fumose, contraddittorie e insoddisfacenti. Sarà stato un caso, ma gli imprenditori che ritenevano opportuno costruire un nuovo opificio sono stati via via esclusi. Quanto detto finora è solo la premessa per dire che la nostra lotta non era finalizzata ad avere tre anni di cassa integrazione, ma per mantenere posti di lavoro e un po’ di ricchezza in questo territorio disastrato».
La battaglia dei lavoratori della Mabro non si ferma qui: è stato costituito un comitato del quale fanno già parte una quindicina di lavoratori con il compito di contattare gli imprenditori che si erano dichiarati interessati con l’intenzione di costruire un nuovo stabilimento. «All’attuale amministrazione chiediamo di far sapere pubblicamente se i criteri e le condizioni poste per l’assegnazione dell’area edificabile in zona industriale - chiedono - restano quelle stabilite dalla precedente amministrazione». Domande che si aggiungono a quelle che verranno fatte durante l’incontro con il commissario.
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