Il Tirreno

Grosseto

Decretato il fallimento «Proposte non accettabili»

di Francesca Gori
Decretato il fallimento «Proposte non accettabili»

I giudici hanno emesso il provvedimento dopo un’ora di camera di consiglio Sfumata la pista cinese, i lavoratori hanno firmato la richiesta di mobilità

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GROSSETO. Quando resta accesa una fiammella di speranza e in pochi minuti si spegne, succede che la testa e il cuore finiscono in un frullatore dal quale serve tempo per uscirne. Ne serve molto. Succede in amore, succede in politica, succede quando si crede in qualcosa e poi quel qualcosa sfuma. In un’ora poco più, ieri mattina in tribunale, la speranza dei 178 lavoratori dell’ex Mabro, è sfumata: spenta dal provvedimento emesso dai giudici. Provvedimento di fallimento per Abbigliamento Grosseto, la società che due anni e mezzo fa era stata ammessa dopo una lunga battaglia da parte delle lavoratrici della Cgil alla Prodi bis. Erano state loro a chiedere lo stato d’insolvenza della società guidata prima da Andrea Barontini che dopo aver accumulato debiti su debiti chiamò, per tentare di salvare il salvabile, Maurizio Santoro, l’advisor che ebbe il compito di presentare al tribunale una richiesta di concordato. Il genovese dai capelli d’argento e lo sguardo sicuro ieri mattina era nel palazzo di giustizia di piazza Albegna. L’udienza era stata fissata per quel mercoledì finito in mezzo ai giorni di festa: tra quel Natale di speranza e quel Capodanno che sarà segnato dalle lacrime dei lavoratori.

Alle dieci in punto l’advisor era in tribunale, insieme all’assessore allo Sviluppo economico Riccardo Ginanneschi. Davanti alla porta del presidente del tribunale Giulio De Simone di gente ne passava poca. Qualche avvocato e qualche avvocatessa alle prese con gli ultimi fascicoli da sistemare prima della fine dell’anno, poliziotti e carabinieri davanti all’ingresso del palazzo di giustizia per tenere a bada, nel caso in cui fosse servito, le vestaglie azzurre che più di una volta si sono radunate davanti al tribunale per conoscere il loro futuro. Ma ieri mattina, le donne e gli uomini dell’ex Mabro non c’erano: erano tutti alla sede di Confindustria a firmare la richiesta di mobilità. Detta così, potrebbe sembrare una cosa come un’altra ma il loro nome in realtà è finito sotto alla lettera di licenziamento da quell’azienda nella quale hanno lavorato quasi tutti per decenni.

Il primo a entrare nella stanza del presidente del tribunale (il collegio era composto da lui, dai giudici Claudia Frosini e Paolo Cesare Ottati) è stato il commissario della Prodi bis Paolo Coscione, arrivato da Roma con una pec sulla quale era stato messo nero su bianco qualcosa, da parte della società cinese che aveva manifestato interesse a rilevare l’azienda, che avrebbe potuto riaprire le speranze di tutte. Sarebbero serviti altri giorni, però, per portare avanti questa trattativa che nelle ultime settimane ha assomigliato di più a una corsa del gambero che a uno sprint finale. E il tempo, in questo caso, è quello che è mancato. Il commissario è rimasto nella stanza del presidente, davanti al collegio, per poche decine di minuti. C’era Coscione e c’era anche una lettera del ministro per lo Sviluppo economico che non esprimeva alcun parere sulle trattative in corso ma che rimetteva nelle mani del collegio la decisione. Di fronte a quel bivio, mandare avanti ancora una trattativa che ha subito stop e ripartenze o dichiarare il fallimento, è stata scelta la seconda strada. «Ci prendiamo il tempo necessario per decidere - ha detto il presidente del tribunale Giulio De Simone subito dopo aver ascoltato tutti - perché la questione è delicata». Dopo Coscione, è stata la volta di Santoro. Anche lui ha parlato con i giudici spiegando che quella era un’azienda che poteva funzionare proprio grazie alla bravura dei suoi lavoratori.

Una volta uscito Santoro, i giudici si sono ritirati in camera di consiglio. «Potete andare - ha detto alle 12,45 Claudia Frosini - il provvedimento probabilmente sarà emesso nel pomeriggio». È bastata poco più di un’ora: la prima comunicazione è arrivata alle 14: Abbigliamento Grosseto, l’ex Mabro, è fallita e ora sarà nominato un curatore.

La notizia è rimbalzata in città ed è arrivata alle vestaglie azzurre. Le lacrime hanno cominciato a scendere: per due anni e mezzo i 178 lavoratori dell’azienda hanno aspettato di poter rientrare in quel capannone (o in un altro), di potersi rimettere alle macchine da cucire, di creare ancora quegli abiti sartoriali da uomini che per anni hanno fatto invidia alle griffe di mezz’Italia. Ora i lavoratori della Mabro, per la prima volta dal 1956, sono senza lavoro e con un assegno di mobilità. Potranno avere accesso al fondo di garanzia dell’Inps e riscuotere il tfr. E sperare, soprattutto i più giovani, che si affacci davvero un imprenditore capace di far ripartire l’azienda rilevandola dal fallimento. Sperare, ancora e comunque. Perché la Maremma ha perso un altro insediamento produttivo che ha dato lavoro a 200 operai.

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