Il Tirreno

Grosseto

Ombre nere sulla Mabro Il fallimento è a un passo

di Francesca Gori
Ombre nere sulla Mabro Il fallimento è a un passo

Oggi il giudice deciderà il futuro dell’azienda sulla base delle relazioni presentate Trattative interrotte: i dipendenti pronti a firmare l’accordo per la mobilità

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GROSSETO. Se c’è una parola che nessuno vorrebbe scrivere oggi è fallimento. Ma è anche vero che quello che succederà questa mattina in tribunale a Grosseto potrebbe essere davvero l’atto finale di una vertenza cominciata tre anni fa, quando la società guidata dall’allora patron Andrea Barontini e passata poi all’advisor Maurizio Santoro chiese l’ammissione al concordato. Sono stati anni di lotte, di scontri aspri per le vestaglie azzurre che ieri si sono ritrovate nella sede di Confindustria per prepararsi alla richiesta della mobilità. «Non lo faremo fino a domani - dice Nadia Perino, rsu Cgil - perché se il fallimento sarà scongiurato avremo ancora il nostro posto». Un ragionamento che non fa una grinza, quello della pasionaria della fabbrica di abbigliamento di via Senese. Firmare la mobilità, senza un fallimento, significherebbe licenziarsi e rendere la società che ora è in Prodi bis, ancora più snella: senza dipendenti, insomma. Ma significa anche molto altro. «Che un briciolo di speranza ci è rimasta - dice - e che se ci fosse ancora una strada percorribile per salvaguardare i posti di lavoro e far riaprire i battenti all’azienda, ci auguriamo che venga percorso».

Le voci che si sono rincorse, dopo l’irruzione dei lavoratori della Mabro in consiglio comunale, a pochi giorni dal Natale, non sono state consolatorie. Doveva esserci la cordata cinese guidata dalla Sharmoon, la stessa società che aveva messo in piedi una joint venture con il marchio Zegna anni fa a dare un nuovo volto alla Mabro. Doveva esserci anche quella capeggiata da Antongiulio Pacenti che aveva messo insieme tre società (una delle quali bulgara) per traghettare la società fuori dalla Prodi bis. Ma entrambe, almeno ieri sera, sembravano essere sfumate. A Pacenti, il commissario della Prodi bis Paolo Coscione, aveva chiesto un’integrazione alla documentazione che però non è mai arrivata e l’incontro con i cinesi organizzato prima di Natale a Firenze sembra che non ci sia mai stato.

I dipendenti, durante l’incontro con il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna, avevano parlato di «azione di disturbo» da parte dell’ex socio di Abbigliamento Grosseto che più volte si è affacciato in questa lunga e difficile vertenza: la sua offerta era arriva quando ormai il bando era scaduto da mesi, ma il ministero dello Sviluppo economico aveva comunque chiesto al commissario di valutare anche quella proposta.

Ora, di tutte le rassicurazioni ricevute nel corso di questi anni difficili, ne sono rimaste davvero poche nelle mani delle donne e degli uomini che hanno tentato il tutto e per tutto per salvare la fabbrica.

Se l’udienza si terrà, questa mattina in tribunale, se non sarà rinviata o se non arriverà altro materiale sul quale ragionare, la scelta del giudice sarà una sola: o dichiarare il fallimento della Mabro, mettendo la parola fine ai sogni dei lavoratori oppure valutare quello che davvero ha in mano il commissario. Paolo Coscione, ieri non ha risposto al telefono. Quello che avrà da dire lo dirà al giudice.

La società doveva essere assegnata a fine estate, poi però è stato deciso di aspettare il fallimento di Royal Tuscany Fashion Group che ha reso disponibile il capannone. E da luglio sono passati altri sei mesi, tra incontri, annunci di affari quasi conclusi, di interessamenti e di imprenditori pronti a dare una nuova speranza e un nuovo futuro alla fabbrica delle vestaglie azzurre. Che oggi aspetteranno la decisione del giudice con la consapevolezza che sulla Mabro potrebbe davvero essere scritta la parola fine.

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