Italia
«Oltre 2.000 ettari di agricoltura industriale»
La denuncia di M5s e Italia Nostra: nella “Maremma felix” tanti campi producono per le centrali
GROSSETO. Nell’immaginario collettivo, e nel proprio autoritratto, la Maremma è terra incontaminata di colture e allevamenti di eccellenza, agricolture bio e prodotti di qualità. «Non a caso – ricorda Michele Scola di Italia Nostra – è stata il primo distretto rurale d’Europa».
Eppure facendo un rapido calcolo basato sui dettami di legge per gli impianti a biogas e biomasse, ormai la maggior parte dell’agricoltura intorno a Grosseto non pare destinata al consumo umano o animale, ma è agricoltura industriale.
«Ogni impianto per obbligo di legge deve avere 300 ettari propri o in affitto dove coltivare ad esempio mais o colza per alimentarsi – spiegano dal M5s –. Moltiplicato per sette impianti, fanno 2.100 ettari. Ciò significa che la gran parte dei terreni intorno a Grosseto è coltivata a colture che servono per produrre biomassa da digerire con digestione anaerobica negli impianti a biogas».
«E non per uso alimentare – aggiunge Scola –. Una pazzia. E si badi bene che colture come il mais vanno irrigate otto volte all’anno con la conseguenza che si produce il cosiddetto cuneo salino», ovvero l’infiltrazione di acqua di mare che rende le terre irreversibilmente inadatte alla coltivazione. Ma non solo.
Secondo gli ambientalisti la costruzione di un’eventuale centrale da 5 Mw a biomasse a Roccastrada in 15 anni consumerebbe tutti i boschi del circondario per alimentarsi.
«Le centrali a biomasse e biogas furono introdotte nella nostra provincia per integrare il reddito delle aziende agricole – conclude Scola – e invece aiutano solo le proprietà a prendere i contributi statali».
Ad oggi, tuttavia, non c’è una grossa mobilitazione generale contro questi impianti, tanto che in pochi anni ne sono spuntati ovunque. Scola ammette: «Altrove c’è una maggiore opposizione politica e dei cittadini». (f.f.)
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