La protesta
Oriente e Occidente Una casa comune nel cuore dell’Amiata
Inaugurato ad Arcidosso il museo di arte e cultura tibetana allestito al Castello dalla comunità dzogchen di Merigar
di FIORA BONELLI
Lunghi festoni di lungtà, le bandierine simbolo di pace e benessere, leggeri decori variopinti: è il percorso di colori che ieri mattina accompagnava i visitatori dal centro storico al Castello aldobrandesco di Arcidosso, dove . il maestro Namkai Norbu era pronto a inaugurare il primo museo di arte orientale della provincia di Grosseto, ideato dallo stesso Norbu e allestito nel settecentesco palazzo della ex cancelleria dalla comunità dzogchen.
Un ambiente medievale, dove la pietra è grigia e l’atmosfera imponente, scelto per ospitare uno spicchio di mondo orientale, una summa di saperi e tradizioni che il maestro dzogchen Namkai Norbu ha messo insieme nel corso della sua vita. Per saltare con un solo passo dalla severa solennità dell’occidente medieovale al colore, alla levità, agli ori, ai suoni, alla sensualità della tradizione tibetana. Un museo costruito, nella sua architettura, coi colori tipici dell’Oriente, i simboli, le allusioni continue all’infinito e alla saggezza da conquistare.
Il complesso lavoro di apparati e di scenari è stato realizzato a più mani, e si vede. Ci spiegano che vi hanno partecipato studiosi e accademici internazionali, artisti, architetti e oltre cento volontari che hanno intagliato e dipinto le colonne e gli architravi, i supporti e le teche. All’interno testi antichi,gioielli, mandala, tessuti, pitture su seta, tangka, maschere, strumenti musicali. I gioielli non si sa a chi appartenessero e si sussurra siano stati forniti agli uomini da entità indefinite. Una grande teca ricostruisce una tenda nomade tibetana con tessuti originali e colori avvolgenti, mentre subito ti magnetizza la successione di mandala disegnati secondo le regole rigorose della geometria, così come le divinità e i maestri del buddismo che sono fissati e riprodotti obbedendo ai principi geometrici e matematici obbligatori.
L’atmosfera è impalpabile, come la seta, il tessuto che domina e che esalta il colore e la sensazione di benessere. Quella stessa che emana dalla successione dei tangka astrologici o dai preziosi strumenti musicali. La collezione Namkhai collega tra loro le cinque scienze tradizionali tibetane: le arti, la medicina, la lingua, la logica e la ricerca spirituale. Si snoda, sistemata ed esposta lungo un percorso sensoriale, attraverso 9 gallerie tematiche, fornite di pannelli, video, installazioni multimediali e interattive, paesaggi sonori. Le prime due sale propongono testi antichi come quello del beato Odorico che nei suoi viaggi asiatici si imbatte nel popolo tibetano. Siamo nel 1761. Poi la sala tre della lingua e della letteratura, la quattro della musica e della danza, la cinque, dell'architettura. Si sale al piano soppalcato, nelle sale sei e sette dedicate alla medicina e all'astrologia e alle arti visive. Si scende di nuovo per la visita alle sale otto e nove, quelle dedicate al buddismo tibetano e alla tradizione e innovazione.
Nell’atrio centrale una riproduzione del Portale del tempio del Jokhang di Lhasa con al centro la copia della statua del Jowo Sakyamuni, l’immagine più sacra del Buddha in Tibet, a cui si arriva attraverso un’installazione video che avvolge il visitatore nell’atmosfera delle danze, dei paesaggi e dei templi antichi. Dappertutto colori e ori, che spiccano nella penombra del museo che si apre alla luce davanti alla prima immagine tibetana del Budda, con corona e pettorina di pietre preziose, nella sua piattaforma grigia.
Tutto ricostruito sulla base degli studi – oltre 250 pubblicazioni – e sulla continua ricerca del professor Namkhai Norbu.
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