Il Tirreno

Grosseto

Un gagliardetto viola per l’ultimo viaggio

di Pierluigi Sposato
Un gagliardetto viola per l’ultimo viaggio

È morto Orlandini, per quasi quaranta anni amministratore di Edilferro e da sempre appassionato tifoso della Fiorentina

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GROSSETO. Di quei drammatici giorni del novembre di 50 anni fa era stato nuovamente protagonista quando, poche settimane fa, aveva accettato con i fratelli di posare di fronte al portone di casa dove l’Agenzia Bf nel 1966 lo aveva immortalato a spalare il fango. Fabrizio Orlandini, del resto, era fatto così: era uno che si rimboccava le maniche, uno a cui piaceva lavorare.

Se avesse potuto, lo avrebbe fatto fino all’altro ieri: ma la malattia lo aveva tenuto lontano dal posto di lavoro, all’Edilferro, dove era entrato quasi quaranta anni fa e dove aveva ricoperto l’incarico di amministratore contabile. Dal giugno scorso Fabrizio non è più potuto rientrare al lavoro, impegnato a combattere contro il male. Il suo cuore ha cessato di battere mercoledì sera, a casa, con la moglie che gli stringeva la mano. Avrebbe compiuto domani 61 anni. Gli sarebbe mancato un anno per andare in pensione, ricorda Susanna Pagliarin, che aveva sposato nel giugno 1978, poco prima di iniziare a lavorare per l’azienda della famiglia Pagliarin. Prima, Fabrizio aveva provato a impiegarsi in un ufficio grossetano, in un negozio, in una ditta che si occupava di verde. Pochi mesi e basta, non era roba per lui. Lui che aveva compiuto gli studi al Liceo classico e che aveva intrapreso Economia e commercio all’Università di Pisa: aveva continuato a studiare anche dopo il matrimonio, quando gli mancavano sette esami, quando aveva già tre figli; aveva superato anche quei sette, gli mancava solo la laurea. Poi, ricorda ancora Susanna, avvenne uno screzio con l’assistente, uno sgarbo di lei che pretendeva solo pagine dattiloscritte («e come avrebbe potuto fare? Doveva scrivere di notte: i bambini però non avrebbero dormito»), e di quella laurea, di cui aveva già scritto le prime settanta pagine, Fabrizio non aveva voluto sapere più nulla. Uno scatto di orgoglio. Fabrizio era fatto così.

Di numeri, di conti, comunque Orlandini aveva continuato a occuparsi, per tutta la vita. Come si è occupato dei figli, Davide, Emanuele, Eleonora e Bianca. E dei nipoti: «È stato un marito, babbo e nonno stupendo», dicono le figlie. E aveva continuato a occuparsi di Susanna, naturalmente: «Le mie passioni sono mia moglie e la Fiorentina», amava dire sorridendo, rigorosamente in questo ordine. Lo sport lo aveva appassionato sin da ragazzo. Per venti anni era stato cronometrista, per lungo tempo era stato presidente del gruppo sportivo ciclistico Furzi: e alcuni dei suoi ex pupilli ieri si sono recati in visita alla salma, composta all’obitorio del Misericordia, dove rimarrà anche oggi. Un pellegrinaggio continuo di persone che conoscevano Fabrizio Orlandini e la sua famiglia; sono venuti a rendere omaggio anche ai parenti, a Enrico Pagliarin, che aveva fondato la ditta, ai figli di lui, cognati di Fabrizio.

Quando ripensava ai giorni dell’alluvione, Fabrizio - allora undicenne - ricordava l’immagine del padre che aveva portato l’auto in salvo, sulle Mura, e che era comunque riuscito a scorgere da casa, da via Ferrucci: a gesti aveva rassicurato i figli. Sarebbe tornato un paio di giorni dopo, a emergenza finita, con gli stivaloni da pescatore e un sacco in cui aveva infilato qualcosa da mangiare. Anche a lui la piena del 1966 era rimasta impressa.

Domani mattina la salma di Fabrizio Orlandini partirà per Livorno, dove sarà cremata. Nel pomeriggio della stessa giornata di domani, alle 16, a Sterpeto, si terrà una cerimonia funebre, davanti alla cappella della famiglia Pagliarin. Qui poi Orlandini riposerà. Nell’ultimo viaggio, Fabrizio non è rimasto da solo: nel feretro, accanto a lui, c’era la seconda più grande passione della sua vita, il gagliardetto della Fiorentina.

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