Il Tirreno

Grosseto

IL RISCHIO È DIVENTARE SPAZZATURA

di STEFANO ADAMI

di STEFANO ADAMI Quello che lasceremo in eredità ai nostri figli sono i rifiuti. Non lasceremo grandi cattedrali, grandi sistemi filosofici, centri storici ispirati alle città ideali, o città ideali...

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di STEFANO ADAMI

Quello che lasceremo in eredità ai nostri figli sono i rifiuti. Non lasceremo grandi cattedrali, grandi sistemi filosofici, centri storici ispirati alle città ideali, o città ideali ispirate ai centri storici, piccole agorà a misura d’uomo o monasteri. No, gli lasceremo le nuvole degli architetti di grido, gli chef e la spazzatura. Isole di mondezza, che a detta degli studiosi già da tempo solcano i mari, oppure quartieri di mondezza, già abitati da residenti in molti angoli del globo, dal Brasile al Portogallo.

Guardiamo con curiosità i figli dei favelanti giocare con lo sfaccimme. La gestione dei rifiuti è un problema ormai dagli anni ’60 almeno, da quando iniziò il boom dei consumi, della produzione e quindi quello dei rifiuti industriali, degli impacchettamenti, delle plastiche, del sacchettame, degli avviluppi vari.

Dai tempi di Marcovaldo, che si trova il fiume blu per gli scarichi della fabbrica a monte. Da una parte, quindi, abbiamo l’iperproduzione di beni e materiali. Dall’altra la condotta scoordinata dell’essere umano, del bipede che vive solo nel presente ed evita il più possibile di pensare al domani. “Domani è un altro giorno” e pazienza, affari suoi. Alcuni costruiscono sui rifiuti onorate carriere pubbliche e ricchezze. Altri gettano liberamente, senza pensarci, l’importante è liberarsi dell’oggetto ormai usato e divenuto inutile. Via da noi, satana. Ma l’oggetto abbandonato ritorna, ad abitare le nostre notti, le nostre analisi del sangue, le nostre radiografie, le nostre Tac, i nostri polmoni. Montagne di oggetti inutili e maledetti che diventano destini. A volte destini definitivi. Inutile scandalizzarsi, scoprire d’improvviso il fango che c’è dietro. Lo sapevamo tutti. E da tempo.

Bisogna pensare dunque alla questione dei rifiuti, altrimenti ben presto saranno i bipedi a diventarlo. Rifiuti umani. È questo il rischio principale. Diventare cose usate, inutili, da buttare. La politica è stata la prima ad usare i rifiuti come trampolino di lancio verso luminose carriere e altrettanto luminosi tesori. Ma i cittadini tutti, nel frattempo, hanno allegramente abdicato alla loro funzione di controllo, hanno lasciato fare.

L’importante era, sul momento, nascondere l’oggetto puteolente.

Togliercelo dalla vista. Che poi diventasse oggetto di scambio, di arricchimento, di contrattazione, andava bene. Metterlo sottoterra? Nei fiumi? Nelle grotte? Nella falde acquifere? Va bene, dovunque, ma non a casa mia.

Ora la politica ci dice che ha raggiunto una nuova consapevolezza sul rifiuto. E va bene. Era l’ora, è da crederci.

Rifiutare il rifiuto. Dire no. Ma quello che deve raggiungerla, la nuova consapevolezza, quello che deve dire no, è il vivente, il bipede quotidiano. Per evitare di diventare, davvero, rifiuto lui stesso.

Inutile, da nascondere agli occhi. Siamo su quella strada.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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