Il Tirreno

Grosseto

Tutti con Socrate tra la Maremma e l'Umbria ferita

Domenico Aleotti
Il piccolo Socrate con la sua mamma tra gli olivi di Maremma prima della partenza per l'Umbria
◗
Il piccolo Socrate con la sua mamma tra gli olivi di Maremma prima della partenza per l'Umbria

Una ventina d'anni fa il viaggio di un asinello in una terra magica che oggi ha bisogno di noi

5 MINUTI DI LETTURA





Il settanta per cento degli edifici di Norcia e di Preci è danneggiato dal terremoto del 31 ottobre. È notizia di ieri. L'inverno si avvicina e le popolazioni colpite soffriranno altri tormenti. Da Grosseto, Domenico Aleotti - scrittore e giornalista - lancia un invito a non dimenticare quella sofferenza. Camminando con il cuore su un ponte speciale tra la Maremma e l'Umbria, costruito tanti anni fa dal viaggio di un asinello, Socrate.

****

GROSSETO. Fu in una delle ultime primavere del secolo scorso: in una fattoria di Maremma nacquero due asinelli, che chiamammo Platone e Socrate. Socrate si distingueva per dolcezza e curiosità, divenne amico di una bianca garzetta, che posata sulla sua morbida groppa lo accompagnava al pascolo. Allora c'era un bambino napoletano, nostro ospite, che quando tornava da scuola, correva da Socrate. Quel bambino oggi è un giornalista televisivo: forse da Socrate imparò pazienza, curiosità, dolcezza, che mi dicono dovrebbero essere le doti di un buon giornalista.

Correvano gli anni, Socrate divenne un armonioso stalloncino, ebbe anche l'occasione di "recitare" in un documentario Rai: quel momento originò numerose telefonate da tutta Italia, per acquistarlo. Dopo una loro visita, fu scelta una simpatica famiglia di Preci, (antico borgo, ora distrutto) alle falde dei monti Sibillini. Ricordando quei luoghi, che visitai nel 1971 con Dario Fo, nei nostri tanti viaggi alla ricerca di piccoli teatri o piazze particolari, ove portare "Mistero Buffo", decisi di accompagnare il viaggio di Socrate verso i suoi futuri proprietari.

Quel viaggio divenne un'avventura interiore, la bellezza di quella nascosta parte d'Italia, pregnante spiritualità, con luoghi fondanti il prezioso tessuto culturale del nostro Paese, mi segnarono profondamente. Fu durante il viaggio, che pensai a Socrate, come parte di un racconto pittorico, che sta alla base della nascita della modernità artistica italiana, l'opera di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova.

Nella fuga in Egitto un somarello identico a Socrate porta sulla groppa la madre di Gesù, che abbraccia suo figlio. Solo la stupidità umana può considerare un così docile animale come uno stupido.

Giotto insiste, sulle pareti della Cappella degli Scrovegni, dipingendo un altro somarello che porta sulla groppa Gesù adulto, mentre entra in Gerusalemme. Ho sempre pensato che poteva scegliere un cavallo, un dromedario, un cammello. No, Giotto sceglie l'asino, come Francesco d'altronde fece nel suo presepe...

Intorno a quelle vive figure, esaltate dal blu intenso, il colore che pare assumano i monti Sibillini in certe gelide albe. Mentre scrivo, ho davanti agli occhi le immagini televisive, dei borghi lacerati: Ussita, Preci, Visso, Castelluccio, Norcia, Cascia e più lontano: Camerino, Fiastra. E penso a quelle genti cortesi che incontravi, penso allo spelndore artistico perduto, agli animali sparsi nelle fredde vallate, come perpetuo presepe, vaganti fra macerie e abbandono.

Il doloroso ricordo di oggi si sovrappone al viaggio di ieri, alla ridente Val Nerina. La percorrevamo lentamente evitando nei tornanti di tormentare Socrate, che dal finestrino alle nostre spalle vedevamo sopportare le continue curve masticando tranquillo un ciuffo di fieno.

Quanti di questi borghi, che hanno segnato la crescita culturale e spirituale del nostro Paese, quante delle chiese, ora aperte alla pioggia e alla neve, dopo aver sfidato i secoli, sopravviveranno al tormento del terremoto.

Penso di capire perché quella gente indomita insiste nel non voler abbandonare le macerie, i suoi sopravvissuti animali, i campanili con le campane che hanno battuto il tempo della vita. È custode di questi valori immensi e dobbiamo essergliene grati. Guai se non comprendessimo la chiamata, scaturita dal terremoto di quelle terre.

Ci fu un tempo della nascita di un comune sentire, di un mondo chiamato Occidente. Coincise con la crescita del monachesimo benedettino, largamente "responsabile" della cristianizzazione dei popoli fondanti1a moderna Europa. La distruzione dei luoghi che furono di Benedetto, attraversato nei secoli dall'intensità francescana o dalle opere di carità delle ancelle di Rita da Cascia, ci aiutano a comprendere, come tutto sia un bene prezioso, come preziosa, da aiutare e proteggere è l'incredibile dignità dei suoi abitanti.

Gli ultimi tornanti della Val Nerina ci aprirono la srada per Preci, ora distrutto. All'ingresso del paese chiedemmo della persona che ci aspettava a un pensionato, che ci sorprese: «Portate l'asino dalla Maremma?». Ci stupimmo che fosse a conoscenza dell'arrivo di Socrate, ci indicò, coinvolto, uno spiazzo davanti alla chiesa dove sostava un gruppo di persone e tra questi la famiglia che aveva visitato Socrate in Maremma.

Quando aprimmo la sponda del camion per far scendere lo stalloncino, la gente si fece intorno. Socrate si fermò annusando l'aria, guardando con attenzione tutte quelle persone, poi respirando a fondo si lanciò in uno dei suoi splendidi ragli, che scatenarono nei paesani una sorpresa ilarità. Ragliando pareva dire: «Buon giorno signori, finalmente sono arrivato». Al raglio di Socrate si associarono le campane della chiesa che suonavano il mezzogiorno, creando una realtà festosa. Tutti guardavano Socrate con ammirazione, la figlia dell'acquirente lo accarezzava con dolcezza.

Ancora oggi penso con tenerezza a quei momenti. Ma quel ricordo lieto, ai piedi delle "montagne blu", è lacerato dagli articoli che oggi leggo sui giornali, che si interrogano sul destino di quelle genti, di quelle terre, quale futuro attenderà quegli italiani così speciali. Sono passati tanti anni da quel viaggio, ho saputo che Socrate ha avuto molti figli, sparsi nei paesi tormentati oggi dal terremoto, li voglio immaginare, belli e liberi, scampati alla tragedia. Nel ricordo di quel viaggi, del suono delle campane di mezzodì, confuse con il fondo ragliare di Socrate, vado con il pensiero al poeta inglese John Donne, "non chiederti per chi suona la campana, essa suona anche per te".

Sentiamoci tutti chiamati dal rintocco di quelle distrutte campane, d'Umbria, Marche, Abruzzo, tutti chiamati, ora che arriverà il freddo inverno, alla vicinanza, alla solidarietà, verso un popolo dignitoso e una terra straziata che è parte della nostra più profonda identità.

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa