La manifestazione
L’assalto fallito e il giallo del ciclista
Accusa e difesa a confronto sulla sparatoria con i carabinieri per il portavalori
GROSSETO. Chi era il ciclista che quel giorno aveva consegnato ai carabinieri un cellulare ritenuto in uso a uno dei presunti banditi? Perché non era stato identificato? E su quali basi era stato lasciato andare via un camioncino ritenuto similare a quello utilizzato per l’assalto poi fallito?
Fuoco di sbarramento dei difensori di Michele Serra e Franco Arzu, accusati davanti al collegio della tentata rapina al portavalori della Securpol, nei dintorni di Tirli, il 2 maggio 2012. Quello con le raffiche contro i carabinieri che fortunatamente non avevano causato feriti. Gli avvocati (Nazzarena Tilocca per Serra, Potito Flagella e Paolo Giuseppe Pilia per Arzu - entrambi gli imputati erano assenti) si concentrano su quelli che ritengono essere i punti deboli della ricostruzione dell’accusa. E spesso deve intervenire il presidente Giovanni Puliatti per riportare la disciplina in aula, stigmatizzando la definizione di “suggestività” data dai legali ad alcune domande dell'accusa. Così quando il sostituto procuratore chiama a testimoniare il maresciallo Alessandro Castelli, quel giorno in servizio antirapina in borghese con un collega su un’auto senza contrassegni, i difensori lo bersagliano di domande. Fu il militare a scorgere sulla strada per Tirli, nella piazzola con una fontana, un camioncino di colore bianco («camioncino o furgone?» chiederà poi Pilia notando difformità di versioni - «camioncino cassonato» precisa il sottufficiale), verso le 8.30-8.45: «A bordo c’erano due persone. Avevano dei cappellini che potevano essere benissimo dei passamontagna pronti per essere calati. Dopo che lo superammo notai dal retrovisore che il passeggero si era chinato come per prendere qualcosa da sotto il sedile».
Insospettiti, i militari si erano preparati per il controllo, indossando i giubbetti e dando l’allarme alla centrale. Tornando indietro insieme alla pattuglia della stazione di Buriano non trovarono però più il camioncino. «Per radio sentimmo poi i colleghi di Buriano che dicevano che stavano sparando contro di loro. A raffica». L’avvocato Pilia insiste poi sulla copertura dei mezzi di trasmissione in quel punto, su cosa effettivamente il sottufficiale abbia udito nella conversazione o abbia dedotto.
Castelli parla anche di un camioncino similare, in un campo, in località Le Pinete. Lì le pattuglie si erano fermate per organizzare il controllo. Lì era sopraggiunto un ciclista che aveva consegnato al maresciallo un telefonino Samsung. «Non identificai il ciclista. Perché ci stavamo preparando a un possibile conflitto a fuoco, non era quella la priorità. Lo misi in sicurezza e basta». Era acceso? Chi era il ciclista? Non ci sono risposte alle domande della difesa. Il secondo camioncino era poi risultato non di interesse investigativo, controllato da altri carabinieri. E in quella piazzola a Le Pinete era arrivata anche, intorno alle 9.20, la Bmw nera condotta da Michele Serra, poco prima del ciclista: «Era da solo - ricostruisce il brigadiere Giancarlo Iacobucci della pattuglia di Castiglione della Pescaia - Uscì dall’auto con le mani alzate». Lei aveva un'arma? chiede il pm: «Io no ma i colleghi forse sì». Un’auto sospetta perché notata intorno alle 7.45 in località Ampio e già controllata dai militari. Il telefonino consegnato dal ciclista secondo l’accusa era in uso a Serra, che venne poi messo in carcere nel 2014 insieme ad Arzu su ordinanza di custodia cautelare. Ma di questo si parlerà nella prossime udienze, la prima delle quali a luglio: saranno sentiti altri testimoni. Nel frattempo i legali degli imputati hanno detto sì al prelievo di campioni per il confronto dattiloscopico e biologico.
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