Sicurezza
Tutti contro l’Autorità unica
Vivarelli Colonna annuncia un consiglio, Beni comuni propone una mozione
GROSSETO. L’Ato unico fa paura. Il timore è che con un ente ancora più vasto rispetto alle tre provincie (Grosseto, Siena e Arezzo) – come vuole fare il presidente della Regione Enrico Rossi – il servizio di gestione dei rifiuti possa non solo non migliorare, ma addirittura peggiorare.
Il coro del no è trasversale e abbraccia sia l’amministrazione comunale, con il sindaco che annuncia un consiglio comunale monotematico, sia il Comitato Beni comuni di Grosseto che invierà oggi una lettera aperta ai consiglieri comunali di tutti i comuni del Grossetano con una proposta di mozione da discutere.
«La scelta della giunta regionale ci fa paura – dice il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna – perché ci fa intravedere un futuro addirittura peggiore del presente che viviamo. La gestione dell’Ato Rifiuti Toscana sud è sotto gli occhi di tutti ed è fallimentare sia per il servizio indecoroso sia per l’immotivato aumento tariffario. Senza considerare la drastica diminuzione del potere di controllo dei sindaci, ormai inermi nella possibilità di difendere i cittadini che amministrano. Questi difetti sarebbero pericolosamente amplificati con la nascita dell’Ato unico, che aumenterebbe la distanza e l’impotenza dei singoli Comuni nella gestione delle politiche ambientali, sia in termini di operato che di tariffe».
Il consiglio comunale dovrà illustrare alle forze politiche e ai cittadini «le conseguenze irreparabili di una simile scelta da parte della Regione», dice il sindaco. Che annuncia «azioni eclatanti per difendere i nostri concittadini e riavere finalmente la qualità del servizio».
Il sindaco ha richiesto al presidente del consiglio comunale la calendarizzazione della seduta urgente nella prima data disponibile.
Intanto il Comitato Beni comuni presenta la sua proposta di mozione che prende le mosse dalla sensazione di disagio e impotenza diffuse nei consigli sin dalla creazione degli Ato dalle dimensioni interprovinciali «che ha favorito – dice il Comitato – un sistema di direzione e gestione dei rifiuti centralizzato, senza controlli, palesemente inefficace per gli obiettivi mancati e inefficiente per i costi crescenti».
Per Beni comuni un palese «fallimento, documentato da anni, prima ancora che dalla Procura di Firenze, dai dati pubblicati dal ministero dell’Ambiente». I dati sono arcinoti: Grosseto ha una differenziata ferma al 30%, quando già nel 2009 doveva raggiungere il 50%, nel 2011 il 60% e nel 2012 il 65%. Di contro il costo del servizio in Toscana è il più alto del centro nord dopo il Lazio.
Perché? Beni comuni non ha dubbi: l’Ato è troppo vasto per gestire in modo efficace il servizio. Il Comitato individua la dimensione ottimale in quella indicata dall’autorità garante sulla concorrenza e il mercato: il servizio dovrebbe gestire al massimo 80-90.000 tonnellate di rifiuti e 30.000-100.000 abitanti».
Una buona gestione, poi, è quella, secondo Beni comuni, fatta “in casa”, cioè verificata dai consigli comunali. «Di fatto – spiega il Comitato – i sindaci nelle attuali assemblee di Ato interprovinciali non hanno alcuna possibilità concreta di ascolto». Su 106 Comuni coinvolti, le quote decisionali appartengono a soli cinque comuni, perché sedi di impianto. E questo, per il Comitato, crea il rischio che le decisioni sulla gestione del servizio possano essere influenzate da interessi particolari legati alla gestione degli impianti.
Fatte queste premesse, il Comitato invita i consigli comunali a manifestare al consiglio regionale la propria contrarietà alla costituzione di un Ato unico dei rifiuti per la regione Toscana, a chiedere di proporre una riduzione degli attuali Ato riportandoli a una dimensione provinciale; a chiedere di prevedere che il servizio possa essere affidato a consorzi comunali interni all’Ato e formati da comuni di aree omogenee.
La proposta di mozione chiede anche che il sindaco porti all’assemblea dell’Ato tre richieste: modificare il sistema di ripartizione delle quote di partecipazione alle decisioni da parte dei comuni, affermando un principio partecipativo e solidaristico; formare un osservatorio dei rifiuti che sia di supporto ai comuni; valutare la coerenza degli obiettivi di Piano con la Convenzione capestro che i ventotto comuni della provincia hanno stipulato a suo tempo con l’impianto di trattamento delle Strillaie, prevedendo una sua risoluzione per giusta causa.
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