Sicurezza
«Mai più stragi: ci batteremo per la nostra Elena»
Gabriele e Roberta Maestrini: il dolore e l’impegno Parlano i genitori della ragazza di Bagno di Gavorrano
BAGNO DI GAVORRANO. Gli occhi espressivi di Elena, incorniciati in una foto in salotto, osservano il mondo con espressione sorridente e gentile. Il letto a castello è circondato dai libri e la valigia dell’Erasmus - ancora piena di vestiti - non è mai stata svuotata perché «non ce la facciamo neppure ad aprirla», ci racconta la madre con le lacrime agli occhi. Troppo dolore ancora.
Sono passati 8 mesi dalla morte di Elena Maestrini, la studentessa di Bagno di Gavorrano vittima di un incidente in pullman il 20 marzo in Spagna dove hanno perso la vita 13 ragazze. Una strage di cui Gabriele Maestrini, 60 anni, dipendente della cooperativa L’avvenire e sua moglie Roberta Murgia, 53 anni, non sanno darsi pace. Tanto più dopo l’archiviazione disposta giorni fa dal giudice spagnolo e che, come una doccia fredda, è come se uccidesse di nuovo e per la seconda volta la loro figlia e le altre studentesse. Oggi la coppia ha deciso di raccogliere tutte le proprie forze per impegnarsi su un doppio binario: che è non solo quello giudiziario per sondare (insieme alle altre famiglie coinvolte) tutte le strade legali possibili «anche a costo di incatenarsi sotto il tribunale spagnolo pur di avere giustizia», ma è anche quello - più universale - di puntare i riflettori sul tema, a quanto pare trascuratissimo a livello internazionale, della sicurezza stradale.
Gabriele e Roberta, in questa battaglia siete profondamente uniti con le altre famiglie, è giusto?
«Sì, in questa nostra disperazione ci muoviamo tutti insieme a 360 gradi. Abbiamo una chat tra noi genitori italiani e un’altra in inglese con gli altri, che teniamo separate per questioni di lingua. In questo modo riusciamo ad avere un contatto costante e abbastanza preciso per essere informati sulle notizie che ci arrivano dalla Spagna, o anche solo per sentirsi, parlare un po’ tra noi. Così portiamo avanti l’associazione…»
Parliamo di questa appunto: che cosa chiedete?
«Vogliamo sollecitare le istituzioni perché sia sollevata l’attenzione sui modi in cui sono organizzate queste gite, via via definite low cost. In realtà sono gite interne all’Erasmus, occasioni culturali di scambio, conoscenza e integrazione organizzate da un’associazione, in questo caso accreditata dall’università di Barcellona e che è vicina al mondo delle istituzioni. Non possono essere viaggi low cost risparmiando sulla sicurezza dei ragazzi per guadagnarci sopra. Devono avere tutti altri scopi nobili rispetto al lucro e non ci si può permettere di noleggiare un pullman a basso costo o far firmare a questi ragazzi prima di partire una liberatoria, com’è stato fatto, in cui l’associazione si esonera dalle responsabilità in caso di incidenti e guai. Noi oggi stiamo studiando tutta questa materia per saperne di più: ormai siamo entrati dentro a questo mondo...».
E quale idea vi siete fatti sulle condizioni di guida di questi pullman?
«Secondo noi quello che è successo non è stato un semplice incidente stradale ma una grave concatenazione di eventi e negligenze dovuti anche allo stato di salute dell’autista che aveva già manifestato prima di partire malesseri o stanchezza, e che si sarebbero potuti evitare o ridurre. Anche sui referti della polizia spagnola c’è scritto che quella sera lui non aveva cenato ma che era andato a riposarsi sul pullman. Sappiamo dal tachigrafo che in un’ora lui ha cambiato velocità addirittura 77 volte: non andava veloce ma a scatti, con un’andatura né costante né lineare, il che ci pare indicativo. Per un viaggio che supera le 24 ore non si può pensare di far dormire queste persone su uno strapuntino. Noi crediamo che il modo in cui sono portati avanti questi viaggi su queste strade sia vergognoso e che oltre a far rispettare le tabelle di sosta ai guidatori si debba dare a queste persone la possibilità di riposare nel modo più dignitoso e non farle andare a dormire dove capita. In queste ore ci ha scritto un sms un autista di un bus: «Caro Maestrini - dice - come si può archiviare così un caso che può portare a un miglioramento delle nostre leggi e della sicurezza dei nostri ragazzi?» Tutti i cittadini si muovono entro i confini europei: dobbiamo rivendicare con forza questo tema».
La sicurezza stradale sulle strade internazionali calcate dall’Erasmus: è questa la vostra battaglia oggi?
«Sì, un aspetto finora mai tenuto in considerazione e da noi sottolineato anche in una lettera all’europarlamentare Silvia Costa: basti pensare che quel tratto di autostrada dov’è avvenuta l’incidente è privo di guardrail con una fossa di raccolta delle acque meteoriche. L’assenza della barriera ha accentuato in modo esponenziale l’incidente; se vi fosse stata la protezione l’urto ci sarebbe stato comunque ma forse la gravità non sarebbe stata tale. Insomma, vogliamo sensibilizzare le istituzioni e tenere accesi i riflettori su sicurezza, strade e condizioni di viaggio: non parliamo solo di Erasmus. L’associazione porta il nome e la data della tragedia ma il messaggio perché siano garantite tutele è più ampio e riguarda tutti. Un concetto che va per conto suo rispetto alla battaglia legale».
Come avete vissuto la notizia dell’archiviazione?
«Male, siamo rimasti scioccati e spiazzati. Il primo giudice aveva preso in carico l’inchiesta e chiesto una proroga di un anno e mezzo perché riteneva la storia complessa e articolata. Ora è subentrata una nuova giudice che in 10 giorni e pur essendo fissato l’interrogatorio dell’autista per l’11 novembre ha deciso di chiudere tutto senza neppure fare l’interrogatorio e trasformando la strage in un semplice incidente stradale. Scelta incomprensibile e scellerata: non comprendiamo l’avvicendamento dei due giudici, vogliamo verità e giustizia. Ce lo aspettiamo visto che Elena non ce la restituisce nessuno. A costo di andare a inginocchiarci o incatenarci da qualche parte una risposta ce la devono dare. Per chiarire: non mettiamo alla gogna nessuno, nemmeno l’autista del pullman che forse, se ha un minimo di coscienza, vivrà gli anni che gli restano da vivere come li viviamo noi».
Sul fronte della memoria ci sono all’orizzonte nuove iniziative per queste ragazze?
«Intanto gli amici di Elena hanno realizzato una specie di librone a forma di tesi di laurea con tanto di frontespizio che hanno riempito con i loro pensieri, è bellissimo. Poi abbiamo contatti con il console generale italiano a Barcellona Stefano Nicoletti, che ha voluto essere presente a un evento a Torino. Si intitolava “Copri il lutto con il colore”: per strada c’era una tela di 13 metri (come le 13 ragazze morte) in cui la gente poneva le impronte con le dita intinte nei colori. C’erano i loro nomi, anche di nostra figlia, e tantissimi colori. Un’iniziativa dell’artista Fabio Art 79».
Il prossimo 20 marzo sarà un anno da quel maledetto giorno.
«Quel giorno vi sarà forse una commemorazione all’Università di Firenze con il rettore per ricordare le tre ragazze toscane, che facevano tutte economia. Noi in quei giorni pensavamo di essere a Barcellona: vorremmo ripercorrere gli stessi luoghi frequentati da Elena, il suo tragitto, la festa dei fuochi dov’era andata in gita, ma faremo di tutto per essere anche a Firenze».
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