Italia
Maltrattamenti a scuola, il lungo applauso dei genitori al no del giudice al patteggiamento
Grosseto: i genitori dei bambini coinvolti raccontano come i loro figli stanno cercando di riprendersi dallo choc
GROSSETO. «Bravo, bravo!». E giù un applauso, lungo, fragoroso. Tutto all’indirizzo del giudice. E' anche scesa qualche lacrima: dire di gioia è troppo, è sbagliato anzi, ma è stato il modo nel quale si è sciolta la tensione. Così i genitori dei bambini che frequentavano l’asilo hanno accolto la decisione del giudice che non ha accolto il patteggiamento di Azzurra Marzocchi.
Volevano presentarsi con delle magliette con scritte di protesta, forse anche con degli striscioni. Volevano che la loro contrarietà fosse eclatante. Non l’hanno fatto, consigliati dai loro legali. Si sono limitati, in otto, ad attendere l’esito dell'udienza sul pianerottolo davanti all'ingresso dell’aula, sotto l’occhio vigile di tre carabinieri, parlando con l’avvocato Alessandro Antichi che tutela alcuni di loro. E poi si sono sfogati. «È un piccolo passo, è un buon inizio», dicono poco dopo al cronista, al di fuori del palazzo del Tribunale (i loro volti sono stati oscurati nella foto per tutelare i figli). «Ci siamo tolti una soddisfazione. Ci auguriamo che arrivi anche altro». Aggiunge un'altra mamma: «Tutti i nodi finalmente vengono al pettine». Ma l’applauso? «Eh, ci è venuto spontaneo, dal cuore! Quello che è avvenuto oggi non era scontato».
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E i vostri bambini, sistemati da tempo in strutture diverse? Cosa fanno? «Sono ancora seguiti dagli psicologi». E ciascuno tira fuori una storia, un dramma, un caso che deve essere seguito. «Mio figlio si mette al buio da solo quando viene rimproverato. Si autopunisce, ricordando quando veniva messo al buio in quell’asilo». Anche l’alimentazione - un altro dei punti salienti dell’inchiesta sui maltrattamenti - è problematica: «Mio figlio deve lasciare il piatto vuoto: se non ce la fa a finire, lo distribuisce al fratello, perché lì gli era stato insegnato che il piatto pieno non va lasciato. Oppure mangia e poi va a vomitare». Un altro genitore incalza: «Lo psicologo ci ha detto che all’epoca si allenavano a rimanere al buio. Come un plotone di soldati».
Le cure? «Continuano. E da parte nostra ci vuole amore». «E tanta pazienza». Aggiungono: «Non sono sereni, hanno difficoltà a parlare. Il trauma psicologico è evidente, hanno ritardi nel linguaggio». Vanno in scuole diverse ma sono a gruppetti di cinque-sei: «È un bene che sia così, ce lo ha detto lo specialista». E poi c'è chi parla del fatto che si è cercato accuratamente di evitare traumi da sistemazione in strutture nuove. Avete attivato una causa civile? «No. E i soldi non ci interessano. Ci interessa la salute dei nostri figli. Chi ha fatto certe cose non deve più stare con i bambini». (p.s.)
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