Sicurezza
Quelle 10 ore sul tetto del pullman
Rita de La Chiccaia racconta la sua alluvione: «Me la porto ancora dentro»
GROSSETO. Ci sono cose di quel giorno – quel catastrofico 4 novembre del ’66 – che non ha mai raccontato a nessuno: che si è tenuta dentro per cinquant’anni. Oggi tira fuori quei ricordi, sepolti nella memoria, ma ancora vivi. E lo fa da dietro al bancone del suo negozio, la più nota boutique grossetana di marmellate e biscotti, cioccolato e caramelle, olio e vino. Lei è Rita Boldrini, la storica commerciante de La Chiccaia di via Vinzaglio. Anche lei, come altri commercianti della strada, ha deciso di recuperare la memoria di quel giorno mettendo nella sua vetrina gli scatti in bianco e nero della città sconvolta e devastata tratti dall’archivio dell’Agenzia Bf. C’è anche un racconto scritto di suo pugno. Le chiediamo il perché di questa scelta: «L’ho fatto volentieri – dice – perché quanto mi successe quel giorno non l’ho mai raccontato a nessuno, neppure a chi mi conosce da tanti anni».
Nel ’66 Rita aveva vent’anni. Era una giovane donna dinamica e, pur in sintonia coi valori dell’epoca, era anche indipendente: lavorava – al bar “Martinelli” di corso Carducci – e aveva la patente. Quel giorno era festa, la festa delle Forze armate, e Rita avrebbe dovuto guidare la sua auto: «La prendevo tutte le domeniche e quando era festa – dice – ma quella mattina mio padre non volle perché c’era brutto tempo da giorni. E allora ai genitori si dava retta».
Così Rita per andare al lavoro prese il pullman che da Marina di Grosseto, dove abitava, avrebbe dovuto portarla in centro. «Persi il primo – riprende il racconto – E presi il secondo che passava dalla Trappola. E alla Trappola rimasi».
La furia impetuosa dell’acqua travolse l’autobus e quasi lo fece ribaltare. E via: il mezzo pesante scivola veloce lungo la carreggiata e termina la sua folle corsa contro un palo della luce. Solo con il senno di poi, Rita potrà dire che quel palo rappresentò l’ancòra di salvezza per lei e gli altri viaggiatori.
Cominciano ore drammatiche. «Alcuni uomini – ricorda Rita – riuscirono a sfondare il vetro posteriore dell’autobus. Così salimmo tutti, eravamo una decina, sulla scaletta che a quel tempo era montata sul retro dei mezzi pubblici. Raggiungemmo il tetto».
Erano salvi, in quel momento: ma dopo che sarebbe stato? «Io persino scivolai – dice Rita – Mi ero tolta gli stivali per la pioggia perché ero convinta che, se mi si fossero riempiti d’acqua, sarei affogata».
Da questo momento in poi si apre un cassetto della memoria in cui Rita ancora oggi fatica a mettere le mani.
«Dal tetto del pullman – continua – vedevamo la gente affacciata dalla fornace, che cercava di farci tenere duro. Ricordo lo zio di Giuseppe Chigiotti. Poi andarono dentro... temevano che il palo non avrebbe retto il peso del mezzo pesante».
Un’attesa infinita: «Dalle 7 della mattina alle 17 – dice – rimasi sul tetto attaccata tutto il tempo a delle sbarre mentre scivolavo di qua e di là. Poi, finalmente, da Livorno arrivò un elicottero: venni imbragata e mi tirarono su».
Ebbe tanta paura Rita: «È stato molto brutto – ci dice mentre suo marito, Lio Sodi, ascolta il suo racconto – Quando mi tirarono su, sbattei anche la testa contro un angolo delll’elicottero e portai la ferita per tanto tempo; e poi avevo i lividi delle imbragature e dei colpi che avevo preso scivolando sul tetto del pullman. Allora, non avevo tutta questa ciccia – sdrammatizza – Ero secca».
Siamo quasi alla fine: «Ricordo solo – dice – che quando mi salvarono volevano portarmi all’ospedale per la ferita alla tempia. E invece no: io volevo andare a Marina, a casa».
Il ricordo dell’alluvione accompagna ancora Rita, che tutti quanti descrivono come una donna forte e volitiva: «Ancora oggi quando piove e sono alla guida della mia auto – confessa – mi sale qualcosa... E allora sa che faccio? Apro i finestrini».
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