Il Tirreno

Grosseto

Abiti infangati? In quei giorni erano... di moda

di Giovanna Mezzana
Abiti infangati? In quei giorni erano... di moda

Il ristoratore Romolo: «Nel negozio della zia tutti volevano i vestiti sporchi. E vi dico perché»

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GROSSETO. Quasi si vergogna ad ammetterlo ma – scongiurata la tragedia – i giorni che seguirono quell’apocalittico 4 novembre del ’66 per lui – allora diciassettenne – furono un gran divertimento. Lui è Romolo. Romolo Domeniconi, il guru dei piatti maremmani, l’inventore per antonomasia delle novità mangerecce, che serve ai tavoli del suo locale di via Vinzaglio. Romolo che non ha avuto timore a mettere al bando TripAdvisor, il portale web che pubblica le recensioni di turisti, viaggiatori e aspiranti gastronauti e su cui tutti i ristoratori vorrebbero comparire insigniti di tante stelline d’oro. Romolo che rilancia la vecchia lira come titolo di pagamento alla cassa della sua “locanda”, che celebra il funerale della sigaretta e apre a serate trasgressive per chi ama “le bionde”.

Un trasgressore-innovatore. Un personaggio. Tra qualche giorno anche lui, come alcuni commercianti di via Montebello e di via Vinzaglio, ricorderà la devastazione del ’66 con l’iniziativa del Tirreno: e cioè esporrà nella sua vineria alcune foto tragicamente spettacolari di quei giorni tratte dall’Archivio Bf.

Si siede a uno dei tavoli che ha fuori della sua osteria. E racconta. «Nel ’66 avevo diciassette anni. Cosa ricordo? Il negozio della zia, in via San Martino, con l’acqua alta un metro e settanta».

In via San Martino il negozio della zia, Angela Tomassoni, c’è ancora. È “Tom”, storica maglieria e boutique di abbigliamento. Se entri ora, ci trovi il figlio di Angela: Aldo Mattei, cugino di Romolo, che nel ’66 aveva 16 anni.

Arriva anche Aldo: Romolo è seduto, mentre lui sta in piedi. Si assomigliano come il bianco e il nero i due cugini (e non solo fisicamente), ma tra loro c’è un gran feeling: si vede. Il ricordo adesso corre su un doppio binario.

La famiglia Mattei nel ’66 viveva in via Giulio Cesare. «Andammo a verificare le condizioni del negozio – dice Aldo – solo due giorni dopo. E non sapevamo come l’avremmo trovato». Ad un certo punto si fecero coraggio e da via Giulio Cesare si recarono in via San Martino. C’era da mettersi le mani nei capelli. «In quei giorni – racconta Romolo – io andavo ad aiutare al negozio della zia. E vendevamo da far paura. La roba sporca». Cioè? La gente spendeva soldi per acquistare vestiti bagnati e infangati?

«Sì, proprio così – ribatte Aldo – Metà magazzino era perso e per riuscire a recuperare qualcosa, decidemmo di vendere tutto a meno della metà del prezzo di partenza dei capi. Cominciammo con il fare avanti-e-indietro dal negozio alla lavanderia che avevamo sotto casa: lavavamo i vestiti pieni di fango per venderli puliti». Ma presto si accorgono che i grossetani vogliano maglioni, pantaloni, e gonne sporche. «Volevano la “roba alluvionata” – riprende Romolo – perché non ci fossero speculazioni: la gente comprava per necessità. Puliti non li volevano, sporchi andavano a ruba. E si facevano dei grandi affari, dei gran soldi. O meglio, lui (e indica il cugino) li faceva: la sera contava la cassa, ma le mani non me le faceva mica mettere». Aldo ridacchia. E così il bucato non si fece più, si cominciarono a vendere i panni sporchi «e si fecero milioni di lire» dicono i cugini.

«Eh, alla fine ci si divertiva – ricorda Romolo– Era quasi un gioco. Avevo 17 anni, lui 16». Il cugino annuisce e un velo di malinconia gli scende sugli occhi. Poi un lampo, di nuovo, «Ci si divertiva – aggiunge Aldo ridendo di nuovo – Eccome. Ti ricordi, Romolo, quelle due ragazze?».

Il ricordo dell’alluvione è anche questo: con gli occhi di due cugini adolescenti, diversi ma simili, innamorati della vita.

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