Il Tirreno

Grosseto

Quelle ore infinite ad attendere babbo

di Giovanna Mezzana
Quelle ore infinite ad attendere babbo

Sola con la madre e il fratellino, il ricordo di Donatella

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GROSSETO. Se arrivi alla piazzetta Monte dei Paschi e ti dirigi verso Le Clarisse, imbocchi un percorso che, pur essendo grossetano, non hai mai battuto. È la strada – anzi, sono le strade – della memoria: del ricordo vissuto, raccontato, documentato e custodito di quel 4 novembre del ’66, quando acqua e fango travolsero tutto – il lavoro di una vita, speranze e sogni – e fecero temere, per giorni, a tante famiglie, di un poter più abbracciare i propri cari.

Si parte da via Montebello a si procede su via Vinzaglio: per ora, perché in futuro l’itinerario potrebbe allungarsi. Qui, alcuni commercianti hanno deciso di ricordare quell’apocalisse con l’iniziativa del Tirreno. Hanno messo in vetrina le foto – alcune tragicamente impressionanti – di quel pandemonio tratte dall’Archivio dell’Agenzia Bf. E accanto ad esse hanno esposto brevi testimonianze di quei giorni, scritte di loro pugno. Come nei cassetti della memoria, qui tutto trova il suo posto: a due passi da questi negozi – “La Chiccheria”, l’Agenzia di viaggi “Jabalì”, per esempio – c’è il Polo culturale delle Clarisse dove si può visitare fino al 4 dicembre la straordinaria mostra fotografica dell’Agenzia Bf sull’alluvione a Grosseto.

Donatella Merlini è una di questi commercianti. Se entri al panificio “5 marzo” di via Montebello, la vedi dietro al banco con la cuffietta bianca in testa. Le chiediamo perché abbia deciso di mettere in vetrina, tra bottiglie di buon vino e leccornie, quelle foto. «Io questo anniversario l’ho aspettato – ci dice – perché per me è un ricordo indelebile, che ha segnato la mia vita. Avevo sette anni». Era bambina Donatella e per interminabili ore aveva temuto che babbo Silvano fosse morto.

Allora abitava all’inizio della Scansanese, vicino alla centrale del latte, ma, soprattutto, a un centinaio di metri dall’Ombrone. «Quella mattina era festa – racconta – e non ero andata a scuola. Alzandomi da letto, trovai una brutta sorpresa: la mia casa e quelle vicine erano circondate da un mare di acqua e strette nella morsa del fango». È il 4 novembre 1966 e una giovane donna e i suoi due figli piccoli sono a casa: sole. «Mia mamma era giovanissima – dice Donatella – Aveva appena 23 anni e doveva badare a me e a mio fratello di quattro anni. Il mio pensiero corse subito al babbo, che come ogni mattina era andato a lavorare alla pasticceria Siracusa di via Matteotti».

«Il terrore mi avvolse – racconta ancora Donatella – Forse non l’avrei rivisto più, travolto dalle acque impetuose, che ormai circondavano buona parte della città».

Il destino andò diversamente e quel babbo di 26 anni fece ritorno dalla sua famiglia. «Dopo molte ore entrò in casa e io gli corsi incontro – dice – Lo abbracciai, nonostante fosse tutto coperto di fango». Quel fango babbo Silvano se l’era portato dietro «nuotando in un mare limaccioso – descrive Donatella – trascinandosi e attaccandosi alle ringhiere dei giardini e a qualunque cosa gli permettesse di combattere la forza della corrente».

Quanta fatica avrà fatto Silvano quel giorno: forse non l’avrà neppure sentita, forse le gambe non gli saranno mai tremate, o forse sì: «Lui sapeva che lo stavamo aspettando» conclude Donatella. E la porta di casa si spalancò.

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