Il dolore
«Non era l’orco»: assolto dopo sei anni
Finito sotto accusa dopo le parole e i disegni della figlia ha avuto ragione solo dopo il nuovo processo imposto dalla Cassazione
GROSSETO. Ha dovuto attendere sei anni dal primo processo, dalla prima condanna. Ha dovuto attendere il passaggio in Corte di appello (che aveva confermato i 7 anni e 1 mese), l’annullamento della sentenza da parte della Cassazione, il nuovo processo a Firenze. Era stato dichiarato colpevole, per quel “gioco dell’orco” di cui avrebbe reso vittime le figlie di 6 e 15 anni, la più piccola delle quali (avuta insieme alla madre - la più grande era stata riconosciuta dopo l’inizio della relazione) aveva raccontato alla madre che il padre le toccava i genitali con il pene. Un “gioco” sotto il lenzuolo, d’estate, a casa dei genitori di lui. E aveva disegnato sul diario le posizioni.
Adesso il fatto non sussiste, ha stabilito la Corte di appello di Firenze. E larga parte di questa sentenza è basata proprio su quei disegni. Una perizia negata in prima battuta e accolta dopo la Cassazione, eseguita da un neuropsichiatra e da un grafologo. «La mano può non essere quella della bambina. Potrebbe essere stata guidata». Si vedono figure stilizzate di uomini e donne, si vedono anche gli organi sessuali, anche questi stilizzati. Nessun orco, insomma. Anche perché il tutto deve essere considerato all’interno del quadro conflittuale esistente nella coppia.
L’uomo, 46 anni, assistito dall’avvocato Davide Novelli, ha sempre negato qualsiasi contatto di tipo sessuale. Ha voluto che si andasse fino in fondo alla vicenda. Aveva assistito a tutte le udienze, anche a quella più importante, quella dell’assoluzione dell’altro giorno, a Firenze.
Dopo la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale il 28 settembre 2011, l’uomo aveva presentato appello. I giudici fiorentini nel giugno 2013 avevano però confermato i 7 anni: la ragazzina aveva fornito dichiarazioni circostanziate e prive di contraddizioni; il perito nominato in primo grado aveva evidenziato la piena capacità di testimoniare; alla spontaneità e alla genuinità del racconto avevano fatto riscontro i disegni; la ragazzina piangeva quando doveva recarsi in casa dei nonni.
L’avvocato Novelli non si era arreso ed era andato fino in Cassazione, rilevando lo strano comportamento della ragazzina nel corso dell’incidente probatorio: prima laconica, poi improvvisamente loquace e sicura. Nessuno poi poteva dire, aveva insistito la difesa, che quei disegni fossero realmente da attribuire alla figlia. E nessun riferimento era stato fatto dai giudici di secondo grado alla conflittualità esistente tra i coniugi: la donna aveva interesse alla condanna del padre, si era costituita parte civile (e aveva ottenuto una provvisionale).
La Cassazione aveva notato che i giudici di merito non avevano dato spiegazioni sul fatto che ipotesi diverse da quelle della condanna non meritavano credito. «Eppure un’analisi ben più approfondita della genuinità delle dichiarazioni della minore si imponeva proprio perché tra i coniugi, anche dopo la separazione, vi erano fortissimi contrasti riguardanti proprio l’affidamento della minore». Non si poteva escludere, ancora secondo la terza sezione penale, che quei racconti e quei particolari (compreso il gioco dell’orco) «fossero stati suggeriti». Così il fascicolo - con sentenza annullata - è tornato a Firenze, a una diversa sezione di Corte di appello, con le raccomandazioni della Cassazione anche a proposito della perizia sui disegni. Quella che ha scagionato l’uomo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
