Toscana
Agricoltori ai tempi delle alluvioni L’esperto: «Ecco quale coltura fare»
Per la due-giorni del Rotary Club a Grosseto è intervenuto il guru della climatologia Maracchi Secondo gli studiosi in zootecnia ci sono metodi “naturali” per tamponare gli effetti delle calamità
GROSSETO. Agricoltori, voi potete fare qualcosa – anzi, molto – per arginare gli effetti devastanti delle calamità naturali: a partire dalle alluvioni. Forse neppure lo sa, ma chi oggi chiede ancora pane alla terra ha in mano una leva importante per la salvaguardia del territorio. È un messaggio chiaro quello che parte dal Teatro degli Industri, dove ieri si è chiusa la due-giorni con cui il Rotary Club di Grosseto ha celebrato i cinquant’anni dall’alluvione del ’66. È un messaggio rivolto non solo alle istituzioni che localmente governano, ma anche a chi ha un’impresa nel Settore Primario: il modello di coltura dei terreni agricoli incide sulla fragilità (o meno) del nostro ecosistema. Una platea attenta ha seguito con attenzione i tanti interventi tenuti da relatori di grande competenza in tema di alluvioni e bonifiche in Toscana.
Tempo pazzo. “Non ci sono più le stagioni di una volta”: lo dice la saggezza popolare ma al Teatro degli Industri lo conferma – spiegandone il perché – anche Giampiero Maracchi: il guru della climatologia”, presidente dell’Accademia dei Georgofili. L’esperto comincia con un excursus del calendario delle bombe d’acqua che si sono abbattute negli ultimi anni sul Granducato. È il 2003 quando si comincia ad avvertire un sensibile aumento della temperatura. E subito arrivano le conseguenze: è il 23 settembre 2003 quando su Carrara – siamo nel lembo nord della Toscana – si abbatte un violento nubifragio; la forza devastante del fiume che attraversa la città apuana – il Carrione – porta non solo distruzione ma anche morte, trascinando via con sé un’anziana donna strappata via dalla sua casa. Maracchi lo ricorda. È l’inizio. Da quel momento, le ondate di calore si sono moltiplicate e sono sempre più frequenti, dice l’esperto. Tant’è che gli alberi da frutto hanno perso il seme dell’equilibrio: «Pensiamo alla fioritura dei meli – dice Maracchi – Ormai è molto anticipata. Pensiamo alla mimosa: un tempo fioriva per la Festa della Donna, a marzo, ora sboccia a gennaio, con due mesi di anticipo». Il caldo africano ha molteplici effetti: «Cresce la processionaria – continua il climatologo – che devasta i nostri boschi. Si modifica la qualità dei prodotti della terra: i vini toscani, ad esempio, assomigliano sempre di più a quelli prodotti nel Sud d’Italia». La Maremma è terra di cacciatori: «Un tempo – nota Maracchi – era Roma la città più a nord del Belpaese in cui dimoravano gli stormi. Adesso, invece, stormi, colombacci e piccioni sono diventati volatili stanziali nelle città toscane». E anche questo è qualcosa si artificioso, di non naturale: ma la natura, ormai, è questa. In questo quadro ormai rivoluzionato, sovvertito negli equilibri «io credo – dice Maracchi – che ci sia un futuro per un’agricoltura completamente nuova. Perché l’agricoltura non è soltanto paesaggio, bosco, idrologia, ma è anche energie rinnovabili, biogas, nutraceutica».
Il modello Manciano. L’intervento di Maracchi tira la volata a quello di Enrico Bonari, paganichese, docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. L’agricoltura, appunto: il nodo è tutto lì. E qualsiasi coltivazione è meglio di un terreno non coltivato. Perché gli agricoltori, con il loro lavoro, sono dei custodi, delle sentinelle. Una campagna abbandonata ha un potenziale di devastazione più alto di una campagna coltivata. Non solo. «L’erosione – dice Bonari – cresce con l’aumento della piovosità. E l’erosione cambia a seconda di come si coltiva». Semina diretta o macchine? «Facciamo zootecnia coi prati e coi pascoli – sottolinea – Diciamo stop alle colture annuali che ogni anno richiedono di smuovere i terreni. A Manciano alcuni agricoltori già lo fanno e hanno riscontrato una migliore qualità delle produzioni. Aumentare del 13% le colture pluriennali, significa ridurre il rischio di erosione del 33%. E le colture di prato poliennali, rispetto a quelle arative, consentono di diminuire di molto anche le emissioni di anidride carbonica».
Giovanna Mezzana
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