Proteste
Tutto questo si poteva evitare?
Le polemiche sull’allarme non dato e l’altoparlante dell’auto di Pucci
di CLAUDIO BOTTINELLI
Tutto potevo pensare, in quei primi giorni del novembre del 1966, che cinquant’anni dopo sarei stato l'unico giornalista ancora vivo fra quelli grossetani che avevano vissuto e scritto in diretta dell'alluvione a Grosseto.
All’epoca il numero uno si chiamava Omero Marraccini, capocronista de “Il Telegrafo”, che firmò il primo articolo “in diretta” apparso sui giornali la mattina del 5 novembre, scritto su una “Lettera 32” alla luce di una candela piantata nel collo di una bottiglia di cognac vuota e trasmesso da Grosseto a Livorno grazie ad un ponte telefonico organizzato dalla Finanza su richiesta del prefetto, Felice Marchioni.
Perché a Grosseto quel 4 novembre non c’erano né luce, com’è ovvio, né telefono da poter usare. Poi c’erano Caio Rossi, Vittorio Donatelli e Foffo Nerozzi de “La Nazione” che scalpitavano perché a Firenze le rotative erano andate sott’acqua di un’altra alluvione, ben più “sentita” in tutto il mondo, e non poterono pubblicare i loro articoli se non qualche giorno dopo. E c’erano Isaia Vitali e Beppe Bottai de “Il Telegrafo” e Pilade Rotella che riuscì a pubblicare nel giro di poche settimane, un libro con le foto della Agenzia Bf e una prefazione di Luciano Bianciardi che l’alluvione non la vide ma la visse da lontano, con il cuore in gola. Meno di tre mesi prima, d’estate, Bianciardi aveva fatto notte fonda, a Grosseto, a camminare e a parlare su e giù per Corso Carducci; c’erano Marraccini, Donatelli, Vitali, Rotella, c’erano se non erro, Carlo Mori e Gianfranco Elia; e c’ero anch’io, giovane cronista alle prime armi che ascoltavo e basta. Al “Telegrafo”, oltre a Marraccini e Vitali c'eravamo io e Bottai, che era un collaboratore: il vice, che non era di Grosseto, aveva deciso che tutta quell’acqua non faceva per lui e se ne andò la sera prima per tornare solo dopo qualche settimana, quanto tutto era finito. Assieme a loro la “protagonista” numero uno, sul fronte della stampa, di quei giorni terribili fu l’Agenzia fotografica Bf, furono Mario Bernieri e Tonino Ferrari..
Una domanda si ripeteva insistente più di ogni altra, in quei giorni terribili: si poteva evitare che l’Ombrone devastasse Grosseto? E ancora: perché non fu dato in tempo l'allarme alla popolazione che il fiume sorprese ancora a letto, visto che allora il 4 novembre era giorno di festa? «Ancora oggi non riesco a capire perché non venne dato l'allarme» confessò il sindaco del 1966, Renato Pollini in un articolo scritto per essere pubblicato su “I giorni del fango”, il libro che scrissi io assieme a mio figlio Giacomo, pubblicato trent’anni dopo l’alluvione dalla Editrice Caletra.
In effetti l’alluvione del 4 novembre aveva avvertito la città già la sera prima, quando il Salica era uscito dall’alveo a Roselle facendo crollare un edificio (erano le 23), e prima l’Ombrone aveva riempito d’acqua la Fornace di San Martino, gonfiando le golene e facendo pressione sugli argini (erano le 24). E la gente dormiva, mentre nessuna delle autorità responsabili della città, nonostante una riunione concitata in Prefettura a mezzanotte, si volle prendere la responsabilità di avvertire la gente del pericolo. Chi percorse gli argini (e non furono pochi) quella notte fu preso dalla paura, ma nessuno dette l'allarme, né si preoccupò di far spostare in zone di possibile sicurezza i mezzi di Polizia, Carabinieri e Vigili del fuoco che quindi, molti, rimasero inutilizzabili. Le acque dell’Ombrone continuavano a salire all’idrometro del Berrettino, e il sindaco Pollini (erano le 3 di notte) fece spostare i camion e le ruspe del Comune nelle zone più elevate della città, salvandole. Ma solo alle 6,50 vennero avvertite del pericolo le famiglie che abitavano in via de’ Barberi; e alle 7,30 fu Omero Pucci a percorrere con la sua auto la zona di via Ugo Bassi (quella che sarebbe stata la più colpita) urlando con il suo altoparlante di salire ai piani più alti dei palazzi perché c’era pericolo dell’alluvione. Omero Pucci e due “gazzelle" dei carabinieri. Ma fu un allarme arrivato in extremis e la gente ebbe appena il tempo di scendere dal letto, perché alle 7,55 l’Ombrone strappò gli argini in quattro punti a ridosso della città e si avventò su Grosseto.
«A trent'anni di distanza - scrisse ancora il sindaco Pollini - non saprei dire se avevano ragione loro che non vollero dare l’allarme, oppure io che lo volevo dare. Probabilmente dare l’allarme (…) avrebbe potuto creare una situazione di caos (…) e forse sarebbe andata peggio di come è andata».
Nei giorni dell’alluvione di una cosa i grossetani erano convinti: se fosse stato in città l'ingegner Borriello, che era il capo del Genio Civile ed era un grande esperto di fiumi e di alluvioni, forse sarebbe accaduto qualcosa di diverso, forse sarebbe stato dato l'allarme, o forse sarebbe stato deciso di far saltare gli argini a monte della città per far allagare le campagne salvando però l'abitato, come fecero - pare - gli americani nel 1944, quando l'Ombrone era dato di fuori l'ultima volta prima del 1966. Ma l’ingegner Borriello non era a Grosseto: erano giorni di festa, e lui aveva preso un breve periodo di ferie.
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