Sicurezza
Bambino morì nella piscina Padre assolto, non fu responsabile
Salah Din, 5 anni, era rimasto ucciso da un’aritmia a Giuncarico in un tragico pomeriggio dell’agosto 2011 Decisive le parole del medico legale: non c’è nesso tra il pasto consumato e l’ingresso in acqua. «Fatalità»
GIUNCARICO. «Io non ho responsabilità» aveva detto Charki El Akroute, 61 anni, quando a suo tempo gli era stata prospettata la possibilità di scegliere un rito alternativo nel procedimento penale per la morte del figlio Salah Din, 5 anni, avvenuta nel pomeriggio del 28 agosto 2011 alla piscina di Giuncarico. Ha avuto ragione lui, perché è stato assolto. Ha avuto ragione lui dopo l’ultima domanda dell’ultima udienza, quando il suo difensore Roberto Santi Laurini ha posto la domanda giusta al consulente medico legale: e ha ottenuto la risposta giusta.
El Akroute era accusato di omicidio colposo, per quel bagno in piscina che il figlio aveva fatto mentre lui stava riposando nell’auto all’esterno del recinto; per quel bagno fatto intorno alle 16 quando il piccolo aveva mangiato due ore prima, sempre secondo l’imputazione. C’era un nesso causale, secondo l’ipotesi che aveva fatto aprire il processo, tra il pasto e l’ingresso in acqua. Lo aveva sostenuto la Procura, sulla base della consulenza scritta dal dottor Matteo Benvenuti. Ma una volta ascoltato il consulente in aula, una volta risuonata quella risposta, il sostituto procuratore Marco Nassi non ha potuto che prenderne atto nelle conclusioni: «Il consulente ha detto che non può affermare con sicurezza che i resti del pasto erano in causa diretta con le insorgenze che avevano portato alla morte del bambino», l'alterazione del battito cardiaco fino all’asistolia. Il pm l’ha definita «una morte folle» ma ha aggiunto, facendo riferimento alle parole dell’esperto, che l’evento poteva verificarsi anche indipendentemente dall’assunzione di cibo: «Sarebbe morto lo stesso, anche se il babbo fosse stato lì vicino e non a dormire, anche se avesse avuto il salvagente».
Secondo l’accusa, quella fu una «fatalità. Non lo dico per compassione ma perché lo dicono i fatti. Chiedo il proscioglimento perché l’imputato non ha commesso il fatto». Nessun aggravamento del rischio, nessuna responsabilità di terzi, ha tenuto a precisare anche in relazione a una specifica domanda del giudice.
L’avvocato ha esordito nell’arringa riconoscendo «l’onestà intellettuale del pm». Ha ricordato che il suo assistito aveva rifiutato riti alternativi: «Il processo gli ha dato ragione». Ha spiegato che avrebbe omesso tanti aspetti, per i quali si era invece preparato, proprio in considerazione della richiesta di assoluzione. E la risposta di Benvenuti? Quali erano le parole che hanno finito per avere un peso decisivo? Erano queste: «l’aritmia si può verificare indipendentemente dall’aver ingerito un pasto… Non posso attribuire un valore causale, diretto ed esclusivo dell'ingestione degli alimenti con la morte», aveva detto il medico legale in aula. Non «concorsuale» ma «indipendente»: un dato scritto già nella relazione scritta ma non evidente fino a che non è stato raccontato espressamente in aula. «Avessimo avuto prima questa indicazione, il processo si sarebbe fermato all'udienza preliminare, non saremmo arrivati al dibattimento», ha concluso il difensore.
Non ci sono state conclusioni da parte della parte civile, la madre e la sorella del piccolo, rappresentate dall’avvocato Massimiliano Arcioni, non presente ieri all’udienza come non lo era l’imputato, che pure in almeno un’altra occasione era stato presente.
Mezz’ora di camera di consiglio e poi il giudice Giovanni Puliatti è tornato per la lettura della sentenza: «Il fatto non costituisce reato», assolto. Charki aveva ragione. Trenta giorni e saranno disponibili anche le motivazioni.
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