Sicurezza
«Mio padre, la voce dei grossetani»
Omero Marraccini ricordato da Maurizio: sono orgoglioso di lui
Omero Marraccini è stato, insieme a Claudio Bottinelli, una penna-simbolo del Tirreno. Diventò caposervizio nel 1960 e guidò la redazione grossetana fino al 1970, prima di passare a La Stampa. Fu lui, più e meglio di ogni altro, a raccontare l’alluvione del ’66. Omero morì nel 1991, quando aveva solo 57 anni, dopo una brillante carriera da giornalista con tre testate diverse: Telegrafo/Tirreno, Stampa e Nazione.
Ieri abbiamo incontrato il figlio, Maurizio, per ricordare Omero a 50 anni di distanza dall’evento che ne segnò la vita professionale. «Mio padre - attacca Maurizio - mi ha sempre detto che in quei giorni terribili, quando sembrava che ci fosse solo Firenze e la sciagurata alluvione della Maremma fosse una quisquiglia, addirittura assente sulle pagine dei grandi giornali, Il Telegrafo riuscì a dare voce ai grossetani. Forse anche per questo, in tanti, in questi 50 anni, hanno usato parole lusinghiere verso di lui, commenti che mi hanno sempre reso orgoglioso».
Le ha mai parlato di quelle giornate e del suo lavoro?
«Certo. Più di una volta. Mi ha sempre detto che il 4 novembre del 1966 (io avevo solo due anni) Il Telegrafo arrivò puntuale a Grosseto col treno delle cinque e mezzo e in prima pagina titolava a quattro colonne: “Alluvione in Maremma”. L’articolo si riferiva agli allagamenti del pomeriggio-sera precedente, quando babbo era uscito con il fotografo Mario Bernieri per rendersi conto di persona e poi scrivere l’articolo di apertura».
Si ricorda se Omero tornò a casa la notte tra il 3 e il 4?
«Mi ha sempre detto che - dopo aver inviato i pezzi - rimase fino all’una a guardare l’Ombrone, alternando un salto in Prefettura e una visita alla caserma dei vigili del fuoco, perché nel frattempo, dai corrispondenti, arrivavano notizie di allagamenti a Castiglione, Braccagni e in altri comuni della provincia, anche a sud. Mentre l’Ombrone era sempre più minaccioso. Poi venne a casa a dormire qualche ora, ma già alle 7 era di nuovo in macchina, perché aveva capito ciò che stava per succedere. Lo rivedemmo qualche giorno dopo arrivare in via Adamello con un gommone dei vigili del fuoco a portarci i viveri. Ma tutto questo babbo lo racconta benissimo in un articolo scritto, sempre per Il Telegrafo, in occasione del decennale» (Maurizio ha in mano proprio quella copia del novembre 1976).
Cosa dice l'articolo?
Maurizio legge alcune righe: «A giorno aveva quasi smesso di piovere, ma non si vedeva un solo uccello volare. Anche i migratori palustri erano fuggiti da 24 ore. Giravo, in auto, per una città che aveva perso la voce. (...) Poi mi ritrovai su viale Sonnino con la mano rattrappita sul clacson. Avevo paura. Pigiai sull’acceleratore e la macchina fece il suo dovere. Raggiunsi piazza della Vasca. Facce sbiancate in Prefettura. Accorrere di commessi da una stanza all’altra, con il prefetto Felice Marchioni monumento all’infelicità del funzionario piovuto qui chissà come. Era arrivato da quindici giorni. Superato lo choc si rivelò il Mac Arthur della situazione».
Della reazione dei maremmani cosa le ha raccontato suo padre?
«Che fu immediata e positiva. Che i grossetani, ma anche gli abitanti delle campagne, delle frazioni, dei paesi vicini, si misero a lavorare, accompagnando il lavoro con qualche bestemmia. E che soprattutto i primi giorni gli aiuti da fuori restarono una speranza, un miraggio». (g.b.)
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