Lutto
L’obiettivo puntato sul disastro
Mario Bernieri e Antonio Ferrari raccontano la loro alluvione da fotografi
di GABRIELE BALDANZI
È un simbolo più che una fotografia. Un’immagine diventata lo spot dell’alluvione in Maremma: una bambina disperatamente attaccata in cima al tetto di un casolare, in campagna; gli occhi rivolti verso l'alto, il volto tirato per la paura.
Per quella e altre foto l’Agenzia fotografica Bf, negli ultimi cinquant’anni, ha ottenuto riconoscimenti, citazioni, premi a livello nazionale. Un pezzetto de Il Tirreno (all’epoca Il Telegrafo) che in quelle grigie giornate di novembre marcò la differenza rispetto alle altre testate. Una foto che al giornale e agli autori (Mario Bernieri e Antonio "Tonino" Ferrari) è stata chiesta centinaia di volte e che all’epoca fu pubblicata anche da quotidiani e riviste straniere.
Tonino e Mario li abbiamo incontrati nei giorni scorsi, in quello stesso fondo - in via Vinzaglio - dove si trovavano nel 1966, quando avevano 30 anni e da poco intrapreso la professione di fotoreporter. La sede storica dell’Agenzia Bf. B e F, le iniziali dei loro cognomi. «In quei giorni e nelle settimane successive scattammo migliaia di foto - attaccano - raccontammo il disastro, la desolazione, la città e le campagne invase dalle acque limacciose, i danni a Roselle, Istia e Braccagni. E poi la ripulitura, la ricostruzione, la volontà e la speranza in un periodo in cui tutto sembrava possibile, in cui già si parlava dell’uomo sulla luna. Figuriamoci se in Maremma ci poteva fermare un’alluvione...».
Oggi sorridono ripensando al tour de force compiuto a partire dal pomeriggio del 3 novembre. A parlare è Mario Bernieri: «Con Omero Marraccini, che era il caposervizio della redazione di Grosseto del Tirreno, partimmo a bordo della sua Lancia Appia subito dopo pranzo, il giorno 3. Sapevamo che a Braccagni-Sticciano, nella zona del Madonnino, era tutto impelagato. E in effetti, già arrivati al Bottegone, nelle fossette laterali della strada, l’acqua era piuttosto alta, i campi allagati. Omero era vestito bene, io invece avevo portato anche gli stivali e a Braccagni mi tolsi le scarpe e indossai la gomma. Poi facemmo un giro. Ci accompagnarono alcuni abitanti. La situazione non era drammatica, a dire il vero. Qualche scantinato allagato, gli affluenti del Bruna gonfi. A Sticciano il sistema fognario era saltato. Feci qualche foto per il giornale, nulla di indimenticabile. Quando tornammo alla macchina scoprii che mi avevano fregato le scarpe asciutte...».
Mario e Tonino furono gli occhi dell'alluvione: «Il lavoro vero e proprio iniziò prima dell’alba del 4 novembre - sono parole di Tonino Ferrari - eravamo già dalla sera prima in contatto con i vigili del fuoco e la Prefettura. Era bastato fare un giro sull’argine per capire che la situazione era compromessa. Andammo, avanti giorno, alla caserma dei vigili, in via Senese, e da lì iniziò la giostra. Grosseto era già fradicia. Aveva fatto tanta pioggia. La sera prima alcune strade erano state chiuse verso Roselle, dove il Salica aveva tracimato e diverse persone trasferite in città, i primi alluvionati. Alle 6 eravamo presenti alla telefonata tra il comandante dei vigili del fuoco e un dirigente del Genio civile. Si cercavan. o rassicurazioni a vicenda, ma nessuno era tranquillo. In città erano già arrivate voci - da alcuni camionisti - che al Motel Agip l’Ombrone stava iniziando a tracimare. Noi portammo la macchina dell’agenzia dentro al piazzale della caserma, pensando che fosse al sicuro. Poi io rimasi e Mario uscì con i vigili del fuoco per un altro intervento a Roselle. Rientrò dalla strada dello Sbirro, riprendendo la vecchia Aurelia. Ma arrivato a Grosseto, da Barbanella, fu costretto a traversare la ferrovia e rifugiarsi in piazza della Vasca».
Mario conferma questo racconto: «Che al Motel Agip si era aperta una falla nell’argine dell’Ombrone l’avevo saputo mentre passavo a prendere i giornali, al mattino. Lo raccontava un camionista che veniva da Orbetello e che ci aveva raccontato ciò che aveva visto, ma noi non ci arrivammo mai in quel punto, alle Quattro Strade. Almeno fino ai giorni successivi». Lì il fiume aveva fatto i danni maggiori, lì l’acqua era troppo alta.
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