La manifestazione
Acqua e fango, uno scenario di disperazione
Quattro novembre, il fiume rompe gli argini: il racconto di un cronista all’epoca in servizio nella nostra redazione
di CLAUDIO BOTTINELLI
La sera del 3 novembre, chiusa la redazione, Omero Marraccini, giornalista de “Il Telegrafo” andò sugli argini dell’Ombrone, nella zona dell’Idrometro del Berrettino, e si sentì gelare il sangue: il fiume riempiva la golena, la corrente passava mugghiando come una mandria di bovini inferociti; roba mai vista. Restò lì per quasi un’ora chiedendosi se gli argini avrebbero retto, poi se ne andò.
E la mattina presto fu svegliato da una telefonata di un amico carabiniere: «C’è l’alluvione! Presto…» Omero corse, e fu l’unico giornalista grossetano a correre in quella prima giornata di confusione e di tragedia perché tutti gli altri, per i più diversi motivi, erano rimasti bloccati. Con lui si trovò sulla breccia della disperazione un fotografo del giornale, Mario Bernieri, e assieme, infilate due paia di stivali di gomma per affondare i piedi nella melma e nell’acqua, saltarono dalla Prefettura al Comune, dalla Provincia alle Mura, da un angolo all’altro della città restata fuori dal fango per registrare, fotografare, cogliere il senso di quella sciagura.
La città cercò di organizzarsi. La zona di via Ugo Bassi era sotto di quattro metri, il mare di melma era passato di là dalla ferrovia e andava verso il mare mentre l’acqua arrivava limacciosa fino a dentro le Mura. Saranno state le 10 - raccontò poi l’assessore Enzo Giorgetti, che fu tra quelli che lavorarono di più - quando ci rendemmo conto che la situazione era completamente fuori controllo. Ci fu una riunione in Prefettura, ci si chiese se anche il Bruna e il Sovata e gli altri corsi d’acqua fossero usciti dagli alvei. Venne chiesto l’intervento dell’Aeronautica militare e gli elicotteri cominciarono al alzarsi non appena fu possibile. «C’è un pullman carico di gente bloccato al Casalone!», e l’intervento fu provvidenziale; «C’è gente sui tetti dei poderi fra Grosseto e il mare!»; «E gli animali? Che fine hanno fatto?«; «All’erta, c’è da portare in salvo due gemelline di 20 giorni in un podere del Pianetto»; «Tutta la piana è sott’acqua, fino a Castiglione, e a Marina è saltato anche il ponte sul canale…»
Un allarme dopo l’altro, una segnalazione dopo l’altra, un dramma dopo l’altro… Omero Marraccini cercava di stare dietro a tutti, e Mario si sfiancava a correre ed a fotografare, a volare con elicotteri (a proposito, è sua la foto della bambina che urla sul tetto che ha fatto il giro del mondo ed è divenuta il simbolo dell'alluvione) o a salire sugli anfibi. Poi arrivò la sera, scese il buio e fu silenzio, un silenzio che metteva i brividi, rotto solo da qualche schianto qua e là, di cui non si capivano le cause.
La seconda notte Omero ritrovò anche me in redazione. Appena ero riuscito a liberarmi della morsa dell’acqua (ero rimasto prigioniero in un palazzo di via Ugo Bassi) mi ero presentato al giornale. E cominciai anch’io a correre da una notizia all’altra, da una segnalazione all'altra, da una persona all’altra. Ricordo il Luna Park che era in. via Amiata, dove oggi c’è un parcheggio interrato; tutto fu rovinato. Ricordo i racconti di chi aveva visto il ponte di Istia sollevarsi per la forza della piena, essere strappato dagli argini e portato in alto intero, per sgretolarsi poi quando l’acqua lo lasciò a mezz’aria. Ricordo il mucchio di cambiali che la Banca Toscana chiese alla nostra redazione (che era proprio sopra la banca, in Corso Carducci) di ospitare in una stanza perché erano intrise d’acqua e di melma; un mucchio enorme, sarà stato un cubo di tre metri per più di due in altezza che rimase chiuso in quella stanza guardato a vista da un agente armato. Ricordo la giovane dottoressa Maria Alessandra Barbantini della Questura che dirigeva il centro di soccorso alla popolazione allestito in piazza della Vasca. Ricordo le voci incontrollate di tragedie e devastazioni, le più fortunatamente non vere. Ricordo i giovani e gli Scout che, da subito, si fecero avanti per allestire squadre. Ricordo i portuali di Piombino e Livorno, i primi a venirci in aiuto. Ma soprattutto non potrò più dimenticare la rabbia della gente che, nei giorni successivi, spalava il fango dalle case, dalle officine, dai negozi devastati. Ebbi l’incarico di girare la città, strada per strada, armato di taccuino, e di parlare con la gente, di scrivere per il giornale la loro disperazione, i loro racconti, le loro speranze. Che erano quelle di una città che per giorni venne di fatto lasciata sola o ebbe comunque ben pochi aiuti. «Il lutto di Grosseto non si addice alla tv» scrisse Beppe Bottai in un articolo che è rimasto storico. D’altra parte anche Firenze era stata travolta dall’alluvione del suo fiume, e Firenze per il mondo era più importante.
Anche Grosseto finì sulle pagine dei grandi giornali e nei notiziari della tv: gli inviati, i giornalisti famosi, comparvero dopo qualche giorno. Andavano in Prefettura, parlavano col Sindaco, venivano a chiedere a noi che l’alluvione l'avevamo vissuta da giornalisti. Arrivavano la mattina e a sera - i più - erano di nuovo in viaggio per Firenze, visto che soprattutto era di Firenze che dovevano interessarsi.
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