Italia
«La Lybra per ingannare le assicurazioni»
Sfilano in aula i poliziotti della stradale che hanno svolto le indagini: pezzi di auto incidentate sostituiti a quelle nuove
GROSSETO. «Il metodo Pandora era il metodo della Lybra». Comincia così la testimonianza dell’ispettore superiore della polizia stradale Luca Ciani, che ieri ha risposto alle domande del sostituto procuratore Marco Nassi nell’ambito del processo per truffa ai danni delle assicurazioni. Incidenti falsi, certificati medici rilasciati a persone che non si sono mai fatte visitare dagli specialisti. Ma anche documenti e pratiche che venivano nascoste, stando ai risultati delle indagini, in un orto in Feniglia. Al centro del primo filone dell’inchiesta Pandora c’è ancora lo Studio verde, agenzia di pratiche infortunistiche aperta dall’avvocato Gabriele Valassina insieme a Stefano Rossi, della quale era diventata socia anche la moglie di quest’ultimo, Simona Bonsanti. Ed è proprio nell’orto di proprietà della donna che la polizia stradale ha trovato e sequestrato alcune pratiche relative a incidenti che non erano mai avvenuti, o che erano avvenuti con modalità differenti rispetto a quelle presentate alle compagnie assicurative che poi li avevano rimborsati.
L’esame del pubblico ministero è partito proprio dall’attività d’indagine della polizia stradale andata avanti mesi e mesi attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali e pedinamenti. «Quando dalle intercettazioni capivamo che ci sarebbero stati degli incontri - spiega Ciani - una pattuglia in borghese seguiva i movimenti. Abbiamo acquisito moltissimo materiale, fotografico e video».
Tra le immagini in possesso alla polizia stradale c’è proprio quella che è stata indicata durante l’udienza come il metodo Lybra. La Lancia di Paolo Palumbo, collaboratore esterno dello Studio Verde che si sarebbe dovuto occupare di procurare le pratiche all’agenzia. «Era l’8 gennaio del 2009 quando abbiamo seguito l’auto di Palumbo - ricorda Ciani - in auto con lui c’era anche Luciano Pantini (uno degli indagati morto nel corso del procedimento e indicato dalla Procura come collaboratore esterno dello Studio Verde, ndr). Insieme sono andati da uno sfasciacarrozze e hanno acquistato alcuni pezzi incidentati di un’auto uguale a quella di Palumbo. Hanno smontato quelli integri e li hanno sostituiti, poi hanno scattato le foto da inviare al perito per istruire la pratica e ricevere il rimborso dall’assicurazione prima di rimettere i pezzi buoni al loro posto». Veniva utilizzato questo metodo, a volte, per incassare i premi delle polizze. «Altre volte - aggiunge Ciani - incidenti domestici, come una caduta per le scale, venivano dichiarati come successi per strada. Un altro cliente dello Studio Verde ad esempio, si era fatto male in palestra ma aveva una polizza personale che copriva gli incidenti domestici. In quel caso, il sinistro era stato “ambientato” nell’abitazione dell’uomo».
Ma chi era che segnalava allo Studio Verde gli incidenti e faceva arrivare le pratiche? Ciani non ha molti dubbi: «Personale medico e paramedico - spiega - oltre ad appartenenti alle forse dell’ordine. Abbiamo ritrovato un’agenda dove sono state annotate le cifre corrisposte ai vari segnalatori. Ricordo che a un infermiere erano stati dati 200 euro».
È stata un’altra udienza fiume quella che si è svolta ieri pomeriggio nell’aula di Assise del tribunale di piazza Albegna, cominciata con la fine del contro esame dell’avvocato Gabriele Valassina. Ciani tornerà in aula il 23 novembre per la fine della sua testimonianza, dopodiché la parola passa agli altri agenti della polizia stradale.
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