Lutto
Sfuggii all’acqua ed entrai in casa «Mamma, moriremo tutti?»
di CATIA ROSSELLI Ho 68 anni e vivo a Grosseto in via Carlo Collodi, a Barbanella. Nel 1966 abitavo in via Porto Loretano, accanto allo stadio comunale. Novembre, quell’anno, fu un mese bruttissimo,...
di CATIA ROSSELLI
Ho 68 anni e vivo a Grosseto in via Carlo Collodi, a Barbanella. Nel 1966 abitavo in via Porto Loretano, accanto allo stadio comunale. Novembre, quell’anno, fu un mese bruttissimo, iniziato con piogge fortissime che facevano veramente paura. La più forte fu quella del 3 novembre, la città era avvolta come in una fitta nebbia perché la pioggia cadendo aveva oscurato tutto.
Quel giorno io e mio fratello eravamo soli in casa, i nostri genitori erano nel negozio di lavanderia che gestivano in via dei Barberi. La sera la pioggia non era ancora cessata e noi, impauriti perché non tornavano, andammo dalla famiglia che abitava sopra di noi, al primo piano.
Poi verso le undici, finalmente, fecero ritorno a casa dopo aver girato tutta la città che intasata dal maltempo rendeva difficile il traffico. Scesi, andammo subito a riposare, sperando che tutto potesse cessare. Ma così non fu.
La mattina del 4, verso le 7, suonarono alla porta e io, di scatto, mi alzai per andare ad aprire. Davanti a me c’era Enrico Bartoli, tecnico della Teti, allora società delle linee telefoniche, che abitava anche lui con la famiglia nel mio condominio al primo piano. Guardandomi negli occhi disse: “Dì ai tuoi genitori di andare al negozio a salvare qualcosa, perché l'Ombrone ha rotto gli argini al Motel dell’Agip e sta venendo in città».
Così, impaurita, andai a svegliarli. Ma dopo aver appreso la triste notizia, dissero: «Catia noi di qui non ci muoviamo, non vogliamo morire. Sarà quel che Dio vorrà».
Poco dopo svegliai mio fratello che non voleva alzarsi dal letto, pensando che lo stessi prendendo in giro. Poi finalmente si alzò e affacciandosi alla finestra vide con i suoi occhi forte pioggia che cadeva dal cielo. Così si convinse.
Intanto il tempo passava ed erano già le 9 quando mia madre mi disse di andare a fare la spesa dato che non pioveva più. In fretta mi recai al negozio di alimentari di fronte a casa. Avevo preso solo alcune cose quando un amico del negoziante mi ordinò, urlando, di uscire perché l’Ombrone stava entrando in via Vetulonia, strada attigua alla mia abitazione, e subito le porte si chiusero. Impaurita uscii con la poca roba che avevo acquistato ed entrai nel negozio di frutta e verdura, dove riuscii a prendere poche cose.
Passando dal retro del palazzo mi avvia verso casa ma, varcato il cancello del cortile, l’acqua stava correndo dietro di me. Io non sapevo come fare. Così, mettendomi a correre, entrai nel portone delle scale. Tremavo come una foglia. Tutto ciò che avevo acquistato cadde a terra e, per questo, chiamai mia madre perché mi aiutasse. Ripresami dalla paura entra in casa dicendo: «Mamma, costa sta succendo? Moriremo tutti?». «Non lo so, cara – rispose – ma se avremo coraggio e tanta forza vedrai che il brutto presto passerà».
Misi al posto la poca spesa e mi riposai un attimo. Dopodiché mi affacciai alla finestra e ciò che apparve ai miei occhi fu terribile: nella strada sottostante una marea di acqua arrivava alle finestre di casa. La sua furia era tanta e, correndo, filtrò dal portone principale invadendo tutto l’atrio fino alla porta del mio appartamento. Nel condominio tutti rimanemmo uniti e mettendo insieme quello che avevamo facemmo pranzo.
Intanto la furia dell’acqua e quella del vento avevano rotto le saracinesche dei negozi di via Telamonio e tutto ciò che c’era veniva portato via. Sotto alla finestra passava qualunque cosa: dai richiami per gli uccelli, agli articoli per la caccia, mele, pere, ortaggi, scatole con scarpe nuove... Tutto questo faceva piangere il cuore. Nel condominio nessuno dormì quella notte, con le candele accese perché la corrente elettrica non c’era; guardavamo nelle scale se l’acqua filtrata era scesa.
Al mattino del 5 novembre l’acqua, che ormai si era ritirata, aveva formato nella strada una grossa voragine che faceva davvero paura. Dall’aeroporto Baccarini arrivava di tutto: centraline telefoniche, tavoli, sedie, registri che la furia dell’acqua aveva portato fin lì. Accanto allo stadio comunale si erano accumulati moltissimi animali che ormai morti aspettavano di essere rimossi. Sembrava di essere arrivati alla fine del mondo.
Il giorno 6, passata la paura, con i miei genitori aiutati da zio Omer, fratello di mia madre, andammo in via de’ Barberi per vedere cosa era successo. Del negozio più nulla: tutto era sepolto sotto un alto strato di fango. I miei genitori, disperati per il danno subito, piansero lacrime di dolore. Però poi coraggiosamente si rimboccarono le maniche, cercando di ricostruirlo. Tutta Grosseto era in ginocchio, il bellissimo centro, corso Carducci – meta di tante passeggiate di noi giovani – era pieno di detriti, fango e cumuli altissimi di macerie. Uno spettacolo che non auguro a nessuno di vedere mai.
Avevo 18 anni e nonostante fossi giovane, mi rendevo conto che bisognava faticare tanto per rimettere in piedi la città. Ogni quartiere era aiutato dalla parrocchia per sopravvivere. Noi che facevamo parte della parrocchia del Duomo e, come tutti gli abitanti della zona, avevamo ottenuto una tessera con la quale, giornalmente, andavamo a prendere i viveri. E questo ci aiutò moltissimo. Ci aiutò perché in quei giorni la città rimase isolata da tutti: nessuno sapeva, tranne noi, cosa era successo.
Nessun telegiornale ne dava notizia e questo perché mancava l’energia elettrica e non c’era alcun mezzo per comunicare: i telefoni erano completamente muti. Solo quando tutto fu passato, dopo due o tre giorni, e riallacciate le comunicazioni, i telegiornali ne dettero notizia. Così tutta l’Italia seppe che la bella e selvaggia Maremma era stata flagellata da una tremenda alluvione.
I maremmani non si persero d'animo, ricostruirono ciò che era stato distrutto e, piano piano, la vita riprese il ritmo di sempre. Ma questo triste evento non lo scorderò mai, rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se da allora sono passati cinquant'anni.
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