Il Tirreno

Grosseto

Bio, Halal o Kosher? Per ogni impresa c’è il “bollino” giusto

di Giovanna Mezzana
Bio, Halal o Kosher? Per ogni impresa c’è il “bollino” giusto

Per conquistare mercati e Gdo, Doc e Igt non bastano più Vademecum dell’esperto per trovare la certificazione giusta

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GROSSETO. Dop, Igt, e chioccioline di Slow Food non bastano più: alle aziende maremmane servono altre “bolle” per conquistare i mercati. Con il “timbro” giusto – dice il guru delle attestazioni d’impresa Federico Pucci – si presidia il portafoglio clienti e si incrementa il business: si esiste insomma – davvero – sul mercato. Da anni gli imprenditori maremmani spendono soldi per aggiudicarsi attestazioni rilasciate da una moltitudine di pressoché anonimi consorzi: stanno facendo un buon investimento? Parlando con Pucci, 41 anni, grossetano, consulente valutatore per le certificazioni aziendali di qualità, si scopre che solo il 10 per cento ha scelto sigilli che funzionano davvero sui mercati mondiali.

Rischio frodi. Le certificazioni “giuste” servono in tutti i settori, in particolare in quelli dell’industria agroalimentare – olio, vino, grano, latte, formaggi, carne – anche perché tutelano chi lavora con tutti i crismi da chi tira a campare ricorrendo anche a metodi illeciti di produzione. Notizie di presunte frodi alimentari hanno del resto lambito anche la Maremma, dimostrando che le sigle di denominazione di origine e di indicazione geografica a volte possono non bastare per certificare la qualità. «Quante frodi – dice Pucci – sono legate ai disciplinari privati di consorzi che certificano senza terziarietà?», cioè in modo non indipendente dalle parti in causa.

Superare l’ostacolo. «Doc, Igt, marchio Slow Food – dice Pucci – sono riconoscimenti importanti, ma hanno un limite: se garantiscono un’unicità per un consumatore maremmano, non la garantiscono per un newyorkese. Le imprese maremmane hanno produzioni straordinarie, ma non danno abbastanza evidenza alle loro eccellenze, obiettivo che si può raggiungere con certificazioni rilasciate da enti accreditati». Si chiama “Accredia” l’ente di accreditamento che attesta davvero che gli organismi di certificazione e di ispezione, e i laboratori di prova e di taratura, abbiano le competenze per valutare la conformità agli standard di riferimento dei prodotti, dei processi e dei sistemi: anche a tutela dei consumatori.

Perché certificarsi. Tali certificazioni – le più note cominciano con l’acronimo “Iso” – consentono di piazzare i propri prodotti sia sui mercati internazionali che entro i canali della Grande Distribuzione Organizzata: export e Gdo sono, del resto, le uniche chance per le migliaia di piccole imprese dell’agroalimentare maremmano che vogliono guardare al futuro. Tali attestazioni funzionano perché sono un’assicurazione che il prodotto acquistato, ad esempio, da un marchio della Gdo possa essere venduto: perché è sicuro e rispetta le norme per la tutela alimentare.

Bio, Halal & C. La tua coltivazione mette al bando concimi, diserbanti, insetticidi? Valorizza il tuo lavoro con la certificazione “Bio”. Vuoi vendere il tuo olio a una grande catena internazionale che è presente nei paesi musulmani? Serve l’Halal, parola araba che significa consentito. Hai intenzione di piazzare la tua pasta nei supermercati di Gerusalemme? Occorre il Kosher, che nel gergo delle leggi ebraiche per l’alimentazione significa conforme. Occhio: tali certificazioni sono molto importanti se integrate negli aspetti di gestione, ma hanno poco senso se vengono ottenute da sole.

Iso. Prendi appunti: la madre di tutte queste “bolle” – che certifica la sicurezza alimentare di tutta l’azienda – è la Iso/fssc 22000. Produci grano? Ebbene, sappi che c’è la Iso 22005 che certifica la tracciabilità di filiera. Insomma, di certificazione che valgono ne esistono 85.000 tipi diversi. Non resta che documentarsi.

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