Il Tirreno

Grosseto

E da Istia arrivarono i Rangers

di GABRIELE BALDANZI
E da Istia arrivarono i Rangers

Un gruppo di giovani partì per aiutare la città: tra generosità e goliardia

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di GABRIELE BALDANZI

Da un giorno all’altro, senza il ponte, Istia si trasformò in un paese spezzato, con disagi enormi per gli abitanti, proprio come vent’anni prima – nel 1944 – quando la struttura in ferro (scampata ai bombardamenti degli alleati) se l’era di nuovo mangiata l’Ombrone.

In queste ultime settimane un gruppo di “ragazzi”, tutti over 65, si sono ritrovati in paese per ricordare la piena del ‘66: i giorni, anzi i mesi (ma soprattutto gli aneddoti), che seguirono il crollo del ponte. Chiamati a raccolta da Luciano Bosi e Francesco Cipriani, “colonnello” il primo, “soldato semplice” il secondo nella gerarchia di quelli che 50 anni fa si autoproclamarono “Corpo dei Rangers di Istia d'Ombrone”. Oggi Bosi e Cipriani sono pensionati, ma basta vederli assieme per capire che potrebbero tranquillamente ripetere le imprese di gioventù.

Tra le storie riemerse nel cinquantenario della piena questa è la più buffa. Racconta di un’amicizia che va avanti da oltre mezzo secolo, racconta di una quindicina di ragazzi, all’epoca quasi tutti studenti, che nel novembre del 1966 – proprio in coincidenza col disastro – fondarono il gruppo dei Rangers, mai più sciolto.

«L’idea – spiega Bosi – era quella di dare una mano, mettersi al servizio del paese, tutelare il fiume, con cui, nonostante tutto, abbiamo sempre avuto un rapporto strettissimo, amandolo e vivendolo dalle Correntine alla Steccaia: i bagni, la pesca, le avventure con i barchetti».

Ma i Rangers, in prima battuta, furono chiamati a spalare, a Grosseto. «Ci mettemmo in contatto con il Comune – prosegue Bosi – presentandoci come i ragazzi di Istia. Quasi per scusarci per ciò che aveva combinato il nostro fiume chiedemmo di essere impiegati dove c’era più bisogno. Io coordinavo perché ero il più grande; ricordo che, per scherzare, mi autoproclamai tenente colonnello dei Rangers».

«Ci portavano a Grosseto – ricorda Cipriani – ogni mattina nel cassone di un camion. Il primo giorno, credo fosse il 6 novembre, restammo a bocca aperta. I componenti del gruppo, oltre a me e Luciano, erano Pier Giorgio Marchi, Claudio Tonini, Piero Pratesi, Nello Bellucci, Leone Nuzzi, il compianto Enio Mazzi, Algerino Venturini, Angelo Baldassarri, Sergio Andreucci, Enzo Volpi, Giuseppe Laganga, Leo Marietti, Gino Belli, Adamo Bosi e Alberto Monaci Cipriani. In piazza Dante ci davano pale, rastrelli e altri strumenti, poi ci veniva affidato un compito. Abbiamo spalato alle case popolari in via de’ Barberi, all'istituto Agrario, alla Vegè e al mobilificio Doccini. Il Doccini ci dette come premio 5.000 lire per andarci a mangiare la pizza tutti insieme, ma – dopo un acceso dibattito – il colonnello decise di investirle per mettere un sedile reclinabile nell’ammiraglia, cioè la Fiat 500 che guidava da pochi mesi. Non c’è bisogno che spieghi il motivo.. Sia chiaro: noi non eravamo eroi, né ci siamo fregiati di titoli o medaglie come quella di “Angeli del fango”, ma un gruppo di giovanissimi cresciuti in un paese, con tanta energia e la cazzata facile».

Cipriani . ride. A pranzo i Rangers andavano in piazza della Vasca, dove era stata allestita una sorta di mensa per gli sfollati e i volontari. «Lo spirito di corpo dei Rangers, il senso di appartenenza – conclude Bosi – non è mai venuto meno. Nei mesi e negli anni successivi ci siamo impegnai in altre imprese: il 4 maggio del 1967, il giorno dell'inaugurazione del ponte Bayle, partimmo a nuoto dai Sassi Bianchi per raggiungere il pilone centrale in cemento armato. Qui facemmo esplodere una rudimentale bomba preparata da Ghino, raccogliendo l’applauso di centinaia di persone. L’Ombrone tornava a essere divertimento. Il ponte, lungo 129 metri, suddiviso in quattro luci, ci fu spiegato che era il più grande della Toscana costruito con elementi Bayle. La merenda e la festa per la riapertura furono indimenticabili. C’era la gente anche da Scansano, Arcille, Grosseto». «Nel corso dell'inverno 1966-1967 – conclude Cipriani – ci furono una miriade di disagi. Il medico condotto Giovanni Pianelli, il prete don Omero, dovevano fare giri impensabili. Per consegnare la posta di là dall’Ombrone a volte passava anche qualche giorno. Il postino si serviva di mezzi di fortuna. E poi il danno per commercianti, artigiani. Mi ricordo che c’erano operai che lavoravano a Murci, Pancole, alla fornace di San Martino. La strada non c’era più e il mulino perse i clienti e i lavoranti. Idem il frantoio».

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