Toscana
«Quei giorni che ci fecero diventare grandi»
Claudio Ciucchi aveva 19 anni: si riconosce in una foto e racconta l’altra faccia della piena
di GABRIELE BALDANZI
«I giorni dell’alluvione sono stati drammatici per migliaia di grossetani, ma c’è una generazione, la mia, che di quel periodo ha anche ricordi belli, emozionanti, vividi. Facemmo il salto dalla gioventù all’età adulta, ci sentimmo per la prima volta protagonisti, importanti».
Claudio Ciucchi, 19 anni nel 1966, oggi è in pensione. Si è riconosciuto in un paio di foto pubblicate nei giorni scorsi dal Tirreno. «In una sono dietro a un bancone che distribuisco coperte, generi di prima necessità, sigarette; in un’altra ho gli stivali e sto spalando».
La storia che racconta Ciucchi è avventurosa e interessante: «Facevo la quinta geometri nel ‘66 e il giovedì pomeriggio, prima del festivo 4 novembre, appena uscito da scuola, partii con il mio babbo per fare un giro a caccia nella zona delle Trasubbie, dove abitavano dei parenti. Traversammo il torrente con difficoltà, ma un paio di ore dopo quella stessa manovra, in senso inverso, ci fu impossibile. Solo io, che ero più agile e propenso al rischio, con l’aiuto di una corda e di un paio di persone, riuscii a tornare sul versante grossetano. Zuppo come un pulcino. Il mio babbo fu costretto a compiere un giro più lungo, non riuscì a tornare alla macchina e rimase ospite in quella zona per quattro giorni. Il Trasubbie si era gonfiato parecchio in un breve lasso tempo e lo stesso aveva fatto l’Ombrone. Quando passammo dal ponte di Istia, saranno state le 22, c’era già il servizio di guardia e una situazione di grande preoccupazione. Qualche ora dopo il ponte se lo portò via l’Ombrone...».
Ciucchi aveva ricevuto dal babbo l’ordine di rientrare a Grosseto e correre in negozio (l’Antiflamme, che era in via Saturnia) per mettere in sicurezza un po’ di merce. «E così feci – prosegue il racconto – seppure con poca convinzione. C’era mia mamma. Eravamo persuasi che, anche nella peggiore delle ipotesi, l’acqua non sarebbe certo arrivata lì, a danneggiare noi. Ci sbagliavamo. La mattina del 4 novembre uscimmo di casa prestissimo per tornare in negozio. I vigili del fuoco e le forze dell’ordine erano in stato di allerta. Restammo fino alle otto nel fondo di via Saturnia, fino all’ultimo, quando ci costrinsero a rifugiarci ai piani alti. Io scelsi di andare verso piazza della Vasca e fu la svolta. In pratica mi ritrovai di colpo in una dimensione nuova, diversa. La nostra casa, in piazza Volturno, divenne impraticabile, raggiungibile solo con il gommone. Idem il negozio, completamente sommerso. Per quattro notti consecutive - fuori dal controllo dei genitori, e non ero l’unico, dormii a palazzo Cosimini. Nel 1970, poi, quell'edificio neoclassico verrà demolito. Al piano terra, già dal 5 novembre, fu allestito una sorta di magazzino delle derrate alimentari nell’officina meccanico-agricola Cosimini, dove fino pochi giorni prima si vendevano trattori e macchine agricole della McCormick. Noi studenti, volontari, smistavamo la merce. Coordinava la Prefettura ma avevamo autonomia».
E qui viene il bello: «Quei quattro giorni senza né Dio né padr. oni, in promiscuità – conclude Ciucchi – mi fecero crescere. Dormivamo (si fa per dire) insieme alle ragazze e ci sentivamo grandi e utili. Scoprii le Gauloises, le sigarette francesi, vivemmo emozioni ancora oggi difficili da raccontare stando in mezzo agli sfollati e aiutando chi aveva bisogno, perché aveva perso tutto. Anche la mia famiglia, peraltro, era tra questi, ma in quei momenti non ci pensavo. Avevo poco più di 18 anni...».
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