Gioco
Alluvione del '66, Il Tirreno ritrova la bambina che dette il volto alla tragedia
Claudia Milani
◗
Claudia Milani con una copia del libro che l'ha resa un simbolo (foto Bf)Grosseto, Claudia Milani quel 4 novembre si salvò salendo su un tetto: oggi racconta la sua storia e le sue emozioni ai nipoti. Inviateci i vostri racconti sul grande alluvione di 50 anni fa
4 MINUTI DI LETTURA
Claudia Milani, “la bambina sul tetto”, da cinquant’anni l’immagine e il volto simbolo della grande piena del 4 novembre 1966. Oggi Claudia – maestra alla scuola per l’infanzia di via Papa Giovanni – ha 61 anni, un marito, due figlie e tre magnifici nipotini. La sua incredibile storia, la storia di quell’incredibile giornata, in mezzo secolo l’ha raccontata più volte, trascritta da chi via via l’ha intervistata. Stavolta però ha deciso di scriverla da sé, in prima persona «così – spiega – i miei nipoti un giorno potranno leggerla e ascoltarla come dalla mia voce». Un racconto emozionante, che Claudia ci ha consegnato e che pubblichiamo.
* * *
Il libro di Rotella e Bianciardi che mi vede ritratta sulla copertina, diventata poi il simbolo dell’alluvione di Maremma, ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, mi dà una forte emozione e mi riporta indietro nel tempo a quel fatidico 4 novembre 1966. Allora ero una bambina di 11 anni, frequentavo la prima classe della scuola media Leonardo Da Vinci della città. Vivevo con i miei genitori e i miei fratelli nella campagna di Cernaia fra Grosseto e Castiglione della Pescaia, dove babbo lavorava come dipendente del Consorzio Bonifica come addetto al controllo dell’idrovora.
Ricordo che quella mattina dormivo, non ero andata a scuola perché allora il 4 novembre era festa. La voce preoccupata della mamma mi svegliò, mi infilai un paio di scarpette nere di tela a fiori e, dalla porta di camera mia, guardavo mamma che si ostinava a scacciare l’acqua dalla porta di cucina con una scopa (la nostra casa era tutta al piano terra).
Erano già tanti giorni che pioveva con insistenza e babbo se ne stava nell’idrovora, cercando di pompare l’acqua che già aveva invaso i campi circostanti. Quella mattina arrivò allarmato e disse a mamma: “Ma che fai? Qui bisogna fare presto e andarcene, perché tra poco arriva la piena. Dobbiamo metterci in salvo!”.
Ma dove andare? Mio padre decise di portarci dentro all’idrovora, dove c’era una scaletta a chiocciola che conduceva a una torretta; lassù ci saremmo potuti mettere in salvo!
La torretta era scomoda e fredda; ci sedemmo sopra il pavimento avvolti nelle coperte portate da babbo e lì rimanemmo tutta la notte al buio. Durante la notte il cucciolo cadde dalla scala a chiocciola nell’acqua sottostante e io disperata piangevo per la sua sorte. Babbo alle prime luci dell’alba lo ripescò: era fradicio e unto dell’olio che i macchinari dell’idrovora avevano perso.
Intanto sopra di noi sentivamo gli elicotteri che volteggiavano, ma non ci avrebbero mai potuto vedere dentro quella torretta. Il babbo allora appoggiò una scaletta di legno, che fortunatamente era lì, sotto la finestrella posta vicino al soffitto, per lanciare un richiamo d’aiuto. Uno alla volta passammo, con grande paura, dalla torretta sul tetto dello stabilimento. Il tetto era pericolante poiché doveva essere ristrutturato e sotto di noi c’era tutta quell’acqua sporca, alta circa quattro metri, che mulinava. Da lassù scorsi i nostri maiali che galleggiavano sulle tavole del loro capanno, trasportati dalla corrente dell’acqua. Della nostra casa si vedeva solamente il tetto.
Un elicottero volteggiava sopra di noi, ma non poteva abbassarsi, perché sul tetto passavano i fili della corrente. Babbo tirò fuori un coltellino, che portava sempre con sé, e tagliò i cavi, sperando che ormai non ci fosse più corrente: bisognava rischiare!
Sul quel tetto altissimo io gridavo, perché temevo di cadere: la ventata delle pale era tanto potente che mi sbilanciava. Poi mi feci coraggio perché pensai che non potevo mollare proprio ora che arrivava la salvezza! Finalmente l’elicottero si abbassò e babbo uno alla volta ci fece salire all’interno. Ero in salvo.
- OMBRONE 1966: INVIATECI I VOSTRI RACCONTI
Il 4 novembre saranno 50 anni dalla “grande alluvione”, la piena dell’Ombrone che devastò Grosseto. Tante sono le iniziative che in città si organizzano per riaccendere la memoria su quella tragedia, che costò una vita umana e provocò ferite mai rimarginate. Ma che passò a suo modo quasi sotto silenzio, “oscurata” dal contemporaneo disastro della nobile Firenze. Anche il Tirreno contribuirà alla memoria, ma non solo: c’è infatti molto da raccontare a proposito di un territorio fragile - la Maremma – dove (è cronaca di oggi) ancora la pioggia porta paura, danni e vittime, come nel 2012 ad Albinia. Passato, presente, futuro: ne parleremo con voi a lungo, spalancando il giornale alle vostre testimonianze, alle vostre idee, ai vostri sogni. Alluvione, 1966-2016: tutto quello che vorrete raccontarci potrete scriverlo all’indirizzo ombrone1966@iltirreno.it o nella pagina Facebook del Tirreno.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
