La protesta
«Mi puntò la pistola alla testa, da quel giorno non sono più io»
Parla la cameriera che denunciò di essere stata minacciata da un ispettore della polizia municipale. La ragazza ha pianto più volte durante la deposizione
GROSSETO. Piange. E singhiozza. E più di una volta. Tanto che il presidente Puliatti la invita a prendersi un attimo di sosta e le fa portare un bicchier d’acqua. Piange quando racconta del momento in cui sentì la canna della pistola poggiata sulla testa, nei locali della pizzeria dove lavorava come cameriera stagionale. Anzi, la prima volta piange quando ricorda l’incontro con lui, con Roberto Barone, l’ispettore della polizia municipale imputato per minacce e abuso d’ufficio in un processo riunificato, in cui una ragazza oggi 22enne è costituita parte civile: «Mi disse: “Tanto ti becco il giorno che avrai la patente”. E poi che mi avrebbe fatto soffiare nel palloncino e da qualche altra parte».
Piange quando ricorda di essere rimasta per quasi trenta secondi con la canna alla testa: «Io cercavo aiuto». Se si sia trattato di uno scherzo, come sostiene la difesa, o di qualcosa di più pesante, come sostiene l’accusa, dovranno stabilirlo i giudici del collegio, davanti al quale si è nuovamente aperto il procedimento relativo a quanto avvenuto il 12 agosto 2012 in una pizzeria di Albinia. Lì quel pomeriggio Barone e l’ausiliario del traffico Carmelo Cucuzza erano andati a mangiare qualcosa. E anche a bere qualcosa. E lì era avvenuto il fatto così come raccontato prima nella querela e poi davanti ai giudici. Dopo l’episodio, la ragazza era andata dalla madre: «Mi aveva visto bianca in volto, choccata. Io le dissi soltanto che Barone mi aveva puntato la pistola alla testa. Poi mi chiusi in me, non volevo parlare con nessuno: avevo paura. Io sono tuttora spaventata da quella persona». Piange ancora, si soffia il naso. Il presidente sospende ancora. Riprende: «Il 15 agosto tornò in pizzeria per chiedere scusa. Gli dissi che potevo anche accettare le scuse ma che non avrebbero risolto nulla». Chiese scusa anche ai familiari di lei. E poi? «E poi non riuscivo a dormire la notte, ero molto ansiosa. Non ero e non sono ancora serena».
Interviene l’avvocata Chiara Piccini, parte civile per la ragazza, difensore di Barone: «Non conoscevo Barone prima. Quel giorno il clima era teso, non era sereno. Sono rimasta in terapia con la psicologa per un anno. Ho avuto problemi anche a scuola, non ho completato l’anno nonostante andassi a ripetizione. Due professoresse si erano accorte a settembre che non ero più quella di prima».
All’avvocato Alessandro Oneto, difensore di Barone, preme che venga specificato il clima di quel giorno: «Barone e Cocuzza erano amici, scherzavano spesso, facevano battute tra di loro. Io non ne ero mai stata coinvolta. Sì, erano venuti anche in precedenza ma non ricordo quante volte». Ma quel giorno, cosa successe esattamente? «Lui fece apprezzamenti sulle mie cosce, io lavoravo in pantaloncini corti, era estate». E cosa disse lei? «Dissi che, poiché stavano bevendo del vino, che non era bene che uno della polizia in divisa bevesse durante il servizio. Questa fu la mia osservazione».
Il pm Laura D’Amelio e il difensore hanno concordato sulla rinuncia a vari testi (tra cui i due carabinieri ieri presenti che avevano acquisito la documentazione di riscontro) e così il Tribunale ha disposto l’acquisizione della testimonianze rese in fase di indagine. Rimarrà solamente un teste dell’accusa e della parte civile da sentire (la psicoterapeuta che aveva curato la ragazza), alla prossima udienza, insieme a quelli della difesa: l’avvocato ha promesso che ridurrà la propria lista fino a convocare non più di due persone.
Terminata la deposizione, la ragazza è potuta uscire. Ma ancora prima di essere sul corridoio in aula è arrivata l’eco di un pianto disperato, liberatorio, lungo. Il presidente ha invitato la stessa avvocata Piccini a raggiungere la sua assistita, poi accudita da una collaboratrice del legale.
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