Il Tirreno

Grosseto

Truffa alle assicurazioni: in aula il metodo Pandora

di Pierluigi Sposato
Dicembre 2009: i sequestri della polizia (foto Bf)
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Dicembre 2009: i sequestri della polizia (foto Bf)

Primi testimoni al processo per il troncone che riguarda lo Studio Verde: "Mi fu dato il numero di telefono di un carrozziere, organizzò lui la pantomima"

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GROSSETO. Come funzionava il metodo scoperto dall’inchiesta Pandora? Lo si era in parte scritto: adesso i testimoni vengono a riferirlo in aula con le loro parole. Perché si è finalmente aperto - a quasi sette anni dal blitz della polizia (dicembre 2009) - il processo per il primo troncone, quello relativo allo Studio Verde. Si parla di truffe alle assicurazioni, con falsi incidenti, alcuni dei principali imputati devono rispondere di associazione per delinquere.

Presenti di fronte al collegio presieduto da Giovanni Puliatti alcuni dei quasi cinquanta imputati. Tra questi anche uno di coloro che hanno già patteggiato la pena: Rosario Orlotti, dipendente del IV Stormo, sentito nelle vesti di testimone assistito. Come funzionava il sistema? «Avevo tamponato un’auto, e per me era un periodo critico. Mi fu detto che c’era una persona che mi poteva aiutare: e mi fu dato il numero di telefono di Luciano Pantini». Chi è Pantini? È uno degli indagati, morto nel corso del procedimento: era stato indicato dalla Procura come collaboratore esterno dello Studio Verde. Di mestiere carrozziere, avrebbe organizzato alcuni falsi incidenti. Così fu per Orlotti: «Mi fu presentato un Cid con la parte B già compilata e io lo riempii a casa di Pantini. Non ricordo chi scelse il luogo del finto incidente ma questo fu indicato in una traversa di via Sauro: io sto da quelle parti. L’incidente fu creato sulla carta, non era mai successo». Andò poi al pronto soccorso istruito sui dolori da accusare e si fece rilasciare un certificato. Si sentì di nuovo con Pantini e insieme andarono allo Studio Verde, inizialmente in piazza Ponchielli poi in via Manetti: «Pantini mi raccomandò di non far trapelare nulla del falso che stavamo facendo». Poi lui, la compagna, la sorella di questa (hanno anch’esse patteggiato) e il figlio andarono alla Salus per farsi vedere dal dottor Massimo Setti («tra l’altro l’avevo confuso con il dottor Retali»), che rilasciò a tutti un certificato. A Orlotti fu prescritto un ciclo di fisioterapia («feci quattro-cinque sedute, la metà di quelle prescritte, tra l’altro a mie spese»). Orlotti ricevette un migliaio di euro per l’auto, 1500-2000 euro invece alle persone, compreso anche il bambino. «Mi ricordo che eravamo preoccupati per il bambino quando andammo al pronto soccorso: avrebbe potuto dire che non era accaduto niente...». Orlotti ha anche spiegato che l’inserimento di altre persone nel finto incidente fu necessario per poter pagare il servizio a Studio Verde. All’avvocato Alessandro Risaliti, difensore di Setti, che ha fatto notare che il reato di falso contestato si prescrive proprio oggi, Orlotti ha risposto che tutti e quattro erano stati realmente visitati. E che il certificato di Setti fu ritirato materialmente da Stefano Rossi, titolare dello Studio Verde, che li aveva accompagnati.

Ascoltato anche un uomo di Massa Marittima, Mauro Falchi, che nel febbraio 2009 aveva subìto un incidente con la motocicletta, era stato portato in ospedale, era stato ricoverato, era stato operato due volte al femore ed era stato visitato anche dopo un mese dal dottor Giuseppe Retali: «No, non andai allo Studio Verde», ha detto il testimone, che non è stato imputato. «Retali non mi disse di rivolgermi a qualche agenzia in particolare», ha aggiunto rispondendo all’avvocato Carlo Valle, difensore proprio dell’ortopedico.

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